
Sacrario di Redipuglia
100.000 caduti sulla scalinata monumentale, sosta di 40 minuti lungo la strada.
La rotta è fissa, i luoghi no: ogni cluster è un'area con dentro un ventaglio di posti tra cui scegliere in base a energia, meteo e voglia. Le stelle segnano gli imperdibili, il resto è il menù. Toccate una card o un punto sulla mappa per l'anteprima.
Dentro ogni cluster non serve fare tutto: gli imperdibili con la stella sono il minimo sindacale, il resto si sceglie sul momento. I cluster sono chiusi: il + a destra li apre. Da lì, una card apre la scheda del luogo; il nome del cluster apre la pagina della tappa. I tag:
Si parte e si torna, e in mezzo ci sono trentadue giorni. All'andata solo Redipuglia, centomila caduti impilati su una scalinata a un'ora dal confine; al ritorno il traghetto molla ad Ancona all'alba e restano centocinquanta chilometri di superstrada. Un luogo solo: è un paese di passaggio, e per una volta è il nostro.

100.000 caduti sulla scalinata monumentale, sosta di 40 minuti lungo la strada.

Vespasiano fece scavare una galleria nella roccia nel 76 d.C. per far passare la via Flaminia, e ci si passa ancora oggi: sotto, il Candigliano si ferma in un lago verde smeraldo stretto tra due pareti a strapiombo. La strada romana e la gola nello stesso sguardo.

Un tempietto neoclassico ottagonale incastrato nella bocca di una grotta, a picco sulla gola di Frasassi: lo volle un papa nel 1828 perché i pellegrini avessero un riparo di marmo dentro la montagna. Dentro c'era una Madonna d'argento — ora è una copia, l'originale l'hanno rubata.

Una città a forma di stella a nove punte, disegnata dai veneziani nel 1593 come macchina da guerra perfetta e mai assediata sul serio. Dall'alto è un fiocco di neve di bastioni; da dentro, una piazza esagonale e sei strade che partono dal centro. Fortezza UNESCO che quasi nessuno visita.
Dal 2003 in un capannone a Madonna dell'Albero, frazione di Ravenna persa tra i campi: uno dei club di musica di ricerca migliori d'Italia. Post-rock, drone, elettronica ed esperimenti che non arrivano da nessun'altra parte, con un pubblico che ci va per ascoltare e non per farsi vedere. La provincia dove meno te lo aspetti.
Rock club in aperta campagna dal 1984, uno dei più vecchi della Romagna: acustica giusta, palco basso e una lista di gruppi passati di qui prima di diventare enormi, dai Foo Fighters ai Queens of the Stone Age. Aperto venerdì e sabato, chitarre e niente pose. La discoteca patinata è da un'altra parte.
La Grande Guerra vera, con la Soča smeraldo come premio: Caporetto, le trincee del Kolovrat, la chiesa di Javorca. Poi Lubiana con Metelkova e Plečnik, e il Carso bucherellato — grotte, miniere di mercurio, un lago che d'estate se ne va.

La montagna traforata della Grande Guerra sopra Gorizia: caverne per i cannoni e trincee percorribili con la torcia, più la scritta TITO grande come un campo. Salita breve dal Parco della Pace.

Il paese dove ci si tuffa dal ponte in piazza da generazioni: 17 metri nella Soča verde petrolio. Sosta caffè risalendo il fiume da Gorizia.

Uno dei migliori musei della Grande Guerra in Europa, sulla disfatta del 1917.

La spirale di pietra sopra Kobarid con 7.014 caduti italiani, inaugurata nel 1938: dieci minuti a piedi dal paese, tramonto giusto sulla valle.

Museo all'aperto a 1.100 m: caverne e postazioni percorribili, valle dell'Isonzo sotto.

Il memoriale di legno del 1916 costruito dagli austroungarici per i propri caduti in fondo alla valle della Tolminka: art nouveau di guerra, nomi bruciati a fuoco sulle tavole.



Pozze smeraldo e salti dal ponte vicino a Napoleonov most. Gelida anche a luglio.

Il fiume alpino più caldo di Slovenia, pozze verdi sotto il ponte di pietra di Podbela: i locali giurano che l'acqua guarisca le ferite. Bagno vero, non da martiri come nella Soča.

Il tratto più stretto del fiume: 750 metri di marmitte scavate e acqua irreale sotto il ponticello sospeso di Lepena. Tuffi solo dove è fondo, e comunque si gela.

Il forte austroungarico a strapiombo sulla gola della Koritnica sopra Bovec; il fortino gemello in rovina è 20 minuti a piedi più su, con le cannoniere nel bosco.


Dentro una villa barocca nel parco Tivoli: le due guerre viste da Lubiana, l'occupazione italiana e tedesca, la Jugoslavia e il 1991. Il modo più rapido per capire cosa avete attraversato sull'Isonzo.

Gli italiani recintarono Lubiana con 30 km di filo spinato e bunker: oggi quel perimetro è un anello alberato che si cammina o si pedala. Un tratto basta per capire la misura dell'assedio.

Il cimitero monumentale di Plečnik: un colonnato d'ingresso e una serie di cappelle, ciascuna un ordine architettonico diverso. Architettura funeraria che sembra un set, senza una goccia di retorica.

Il colonnato coperto lungo la Ljubljanica, ancora mercato vero: formaggi di malga, salumi carsici, pesce dall'Adriatico. Il venerdì la piazza si riempie di cucine all'aperto.

UNESCO. Il canyon sotterraneo più grande d'Europa: il fiume Reka sparisce nella roccia e scava una forra alta 150 metri, che si attraversa su un ponte sospeso nel buio. Non si fotografa e si capisce perché.

UNESCO. La seconda miniera di mercurio del mondo, attiva per cinquecento anni: si scende nei cunicoli del Cinquecento e si vede il metallo liquido colare dalla roccia.

Nella montagna ci sono 800 km di gallerie di piombo, e una parte è allagata: si entra col caschetto, ci si siede in un kayak e si pagaia nel buio dentro il cunicolo, sull'acqua verde che non ha mai visto il sole. Non c'è niente di simile in Europa.

Il lago intermittente più grande d'Europa: d'inverno ci vai in barca, d'estate ci pascolano le vacche perché l'acqua se n'è andata giù nel carso. Lo stesso posto, due paesaggi, e nessuno ci ha mai costruito niente perché non si può.

Un anfibio cieco, bianco, senza pigmento, che vive cent'anni e digiuna per dieci. I contadini lo chiamavano "cucciolo di drago" perché lo trovavano sputato fuori dalle grotte dopo le piene. Nella grotta ce n'è un acquario, al buio.

Un castello incastrato dentro la bocca di una grotta, sotto uno strapiombo di 123 metri. Il barone che ci viveva resistette a un assedio di un anno perché dal retro, attraverso la caverna, continuava a ricevere provviste. Morì in bagno, centrato da una palla di cannone.

Milleseicento metri di passerelle di legno inchiodate alla parete sopra la Radovna verde smeraldo, fino alla cascata Šum. Bellissima, e lo sanno tutti: si entra col biglietto a orario e alle dieci è già fila indiana. Niente bagno, si guarda e basta.

Un ospedale clandestino nascosto in una forra strettissima, dove tra il 1943 e il '45 curarono oltre cinquecento feriti senza che i tedeschi lo trovassero mai: baracche di legno colorato incastrate tra le pareti, corrente da una turbina sul torrente. L'alluvione del 2007 lo spazzò via e l'hanno ricostruito tavola per tavola.

Una valle carsica crollata dove il torrente Rak entra ed esce dalla roccia sotto due ponti naturali di pietra, il Grande e il Piccolo. In primavera si allaga e diventa un lago, d'estate sparisce sottoterra. Il primo parco naturale della Slovenia, e ci va solo chi lo sa.

La strada asfaltata più alta della Slovenia (2072 m), scavata dagli italiani nella Grande Guerra: venticinque tornanti e cinque gallerie fino a una sella a strapiombo tra il Mangart e il Jalovec. In basso i laghi di Fusine, intorno solo Alpi Giulie.

L'ex fabbrica di biciclette Rog, occupata nel 2006 e per quindici anni zona autonoma: atelier, skatepark, ambulatorio per richiedenti asilo e concerti tra i murales. Sgomberata all'alba del gennaio 2021 da una security privata coi lacrimogeni, oggi è un «centro creativo» comunale col bollino. La differenza si sente.
Seminterrato techno sotto la sede delle organizzazioni studentesche, aperto dallo ŠKUC nel 1989: uno dei club elettronici più vecchi dell'Europa centrale, e ancora in piedi. Techno, house ed electro senza compromessi, la domenica la storica serata queer. Poca luce e nessuna concessione all'arredamento.
Dal Quarnaro a Dubrovnik: Fiume dannunziana, una base di MiG sepolta sotto la montagna, Plitvice, e giù di isole, fortezze e cascate fino alle mura. La sosta libera resta vietata: si dorme nei campeggi, punto.

Tunnel antiaereo sotto la città, palazzo del governatore del 1919, la nave Galeb di Tito.


L'hotel del jet set costruito nel 1972 coi soldi di Penthouse e abbandonato dagli anni Novanta: piscine vuote, colonne a fungo e vetri rotti sul mare di Krk. Un'ora di deviazione dal ponte.

Il mastio degli uscocchi, i pirati anti ottomani e anti veneziani, da solo sul colle sopra Senj: vista su Krk e Rab, bora permettendo.

La più grande base sotterranea della Jugoslavia: chilometri di tunnel per i MiG dentro la montagna al confine bosniaco. Torce, ingressi ciclopici, restate sui percorsi battuti. Deviazione da mezza giornata via Otočac.

Fiordo strettissimo sotto il Velebit con relitto tedesco della seconda guerra a 10 m: snorkeling.


UNESCO. Sedici laghi a gradinata collegati da cascate, con l'acqua che deposita travertino e sposta le cascate di anno in anno. Passerelle sull'acqua. Andateci all'apertura o è una fila.

UNESCO. Mosaici bizantini del VI secolo con l'oro ancora acceso, in una basilica che non ha mai smesso di funzionare. Si sale sul campanile e si vede l'Istria.

La cartiera dell'Ottocento nella gola della Rječina, chiusa e mai demolita: ci hanno fatto per anni il festival dentro le sale delle macchine, con l'acqua che scorre sotto il pavimento. Oggi si visita a proprio rischio, ed è uno dei posti più belli e malinconici della costa.

Un disco di acciaio alto 37 metri in cima a una collina, abbandonato: le lastre le hanno rubate a pezzi, il vento ci fischia dentro e si sale per una scala che non dovrebbe reggere. Il più spettrale degli spomenik.

Due ali di cemento che si aprono attorno a una sfera, in mezzo a un prato, dal 1967. Sembra atterrato lì e non se n'è più andato: è l'immagine su tutte le copertine dei libri sul brutalismo jugoslavo.


Le scale che suonano col moto ondoso e il Saluto al Sole accanto: il tramonto che Hitchcock definì il più bello del mondo. Un'ora di sosta scendendo verso Vrana.

Il canyon smeraldo dove giravano i western di Winnetou: cascate di Berberov buk, pozze da tuffo e kayak da Muškovci. L'alternativa dolce alle folle di Krka.

Ponte di pietra a dodici arcate su cascatelle di travertino del fiume Krupa, nel retroterra del Velebit: sterrato finale, bagno sotto le arcate, quasi sempre soli.

L'unico caravanserraglio ottomano costruito in terra veneziana, a Vrana. Quasi ignoto.



UNESCO. Split non ha un palazzo romano: Split È il palazzo romano. Dentro le mura dell'imperatore ci vivono in tremila, con i bar nei sotterranei e il mausoleo diventato cattedrale.



UNESCO. La lottizzazione agricola greca del IV secolo a.C. su Hvar, con i muretti a secco ancora al loro posto e le vigne dentro le stesse parcelle di 2.400 anni fa.

Sull'isola che Tito tenne chiusa agli stranieri fino al 1989: gallerie scavate nella roccia dove entravano i sottomarini, con la bocca che si apre sul mare. Ci si arriva in kayak e ci si entra dentro a nuoto.

Per un'ora al giorno il sole entra da una fessura sott'acqua e la caverna diventa blu elettrico, con le barche che sembrano sospese nel vuoto. Si entra abbassando la testa.

In una chiesetta chiusa a chiave in mezzo ai campi il custode del paese ti apre, e dentro c'è una Danza macabra del 1474: scheletri che tengono per mano papa, re e mercante e li portano via tutti allo stesso passo. La dipinse Vincenzo da Castua, e nessuno la trova per caso.

Un eremo-monastero cresciuto sotto una parete di roccia su un'isola dalmata, raggiungibile solo a piedi: fondato da monaci in fuga dai turchi nel Cinquecento, ci vissero fino al 1963. L'ultimo prete era un astronomo; quando morì fermarono gli orologi, e sono ancora fermi.

Un canyon di torri di calcare verticali sotto il monte Učka, con una vecchia ferrovia austroungarica che ci sparisce dentro in galleria. I pilastri di pietra sono una palestra d'arrampicata famosa; dall'alto sembrano canne d'organo.

Il più vecchio rock club di Fiume, aperto dagli studenti nel 1968 e intitolato a Jan Palach, che si diede fuoco a Praga: qui è passata tutta la new wave jugoslava. Vive in fondo a un vicolo tappezzato di murales e ogni dicembre ospita il festival RI Rock. Punk e chitarre, non techno.

«La palude»: dal 2000 dentro l'ex fabbrica Jedinstvo sull'argine della Sava, i muri coperti di murales fino all'ultimo centimetro. Concerti, serate club, teatro e cinema per chi a Zagabria cerca l'alternativa e non il centro commerciale. Ci si arriva costeggiando il fiume, ed è già un buon segno.
Autonomni kulturni centar nell'ex fabbrica farmaceutica Medika, occupata dal 2009 (prima c'era il Klub Attack): bar di sopra, piste e sale prove di sotto, murales che cambiano di continuo sui muri esterni. L'unico squat che Zagabria ha finito per infilare nella propria strategia culturale, con imbarazzo di entrambi.
Mostar, Blagaj, Sarajevo: dal ponte rifatto all'assedio più lungo del Novecento in un giorno e mezzo. E il ponte di Andrić, che sta in Bosnia anche se lo si vede il giorno che si scende la Drina. Una notte sola per tutto questo: scegliete.

L'Una cade a gradoni di travertino per venticinque metri sul confine bosniaco, in un bosco che per anni è stato campo minato e quindi nessuno ha toccato. Ci si butta nelle pozze sopra la cascata.

Si nuota sotto i salti, acqua verde latte. Arrivare entro le 15 per godersele.

Le lapidi medievali stećci più belle di Bosnia, UNESCO, incise con cavalieri e girotondi in mezzo ai vigneti di Stolac. Mezz'ora di deviazione da Počitelj.


Il ponte del 1566 e i suoi tuffatori: 24 metri nel Neretva. Qualcuno di voi ci farà un pensiero.

Il memoriale brutalista di Bogdanović sopra Mostar: decadente, potentissimo, deserto.

L'ex torre della banca di Mostar diventata nido dei cecchini nel '93: otto piani di cemento vuoto e graffiti sulla ex linea del fronte. Si entra a proprio rischio, molti salgono all'alba.

Il monastero dei dervisci incollato alla parete dove la Buna esce già fiume dalla roccia.


Sei arcate del 1682 ricostruite pietra su pietra sulla Neretva verde ghiaccio: i locali si tuffano, voi giudicate. Sosta naturale salendo verso Sarajevo.

Lago glaciale sotto le pareti del Prenj, acqua a 20 gradi e prati per la tenda: il bagno serio tra Konjic e il bunker, dentro il canyon della Neretva superiore.

La città atomica segreta scavata sotto la montagna a Konjic: 6.500 mq pronti al giorno del giudizio, oggi biennale d'arte. Si entra solo prenotando all'ufficio turistico.

Il centro culturale sulla ex linea del fronte di Mostar: l'unico posto in città dove croati e bosniaci stanno nella stessa stanza senza chiedersi chi sei. Concerti punk, teatro, birra a due marchi. Aperto dal nulla nel 2003 da chi non ne poteva più.

La grotta più ricca di vita al mondo: 93 specie che non esistono da nessun'altra parte, comprese vongole cieche e gamberi trasparenti. Il nome vuol dire "quella che soffia": dall'ingresso esce un vento costante.

Una palude alimentata dal basso, da sorgenti sotterranee: si gira in barca a fondo piatto fra i canneti con duecento specie di uccelli, e d'inverno ci svernano le anatre di mezza Europa.

La pista olimpica del 1984 abbandonata nel bosco: cemento, graffiti, storia dell'assedio.

Gli 800 metri scavati sotto l'aeroporto che tennero viva la città assediata.

Il bazar ottomano: ćevapi, rame battuto, minareti e caffè bosniaco nella džezva.

L'angolo dove Gavrilo Princip sparò all'arciduca il 28 giugno 1914 e accese il Novecento: il ponticello ottomano, la targa e il museo minuscolo sull'angolo. Cinque minuti che pesano un secolo.

Il bastione giallo sopra Baščaršija dove la città si ritrova al tramonto col čaj in mano: minareti, colline e i cimiteri bianchi dell'assedio sotto di voi.

Il secondo cimitero ebraico d'Europa, lapidi sefardite dal Cinquecento crivellate di colpi: era la prima linea dei cecchini sopra la Miljacka.

La fortezza austroungarica trasformata in memoriale jugoslavo per 26.000 vittime del fascismo, poi tornata trincea nel '92: oggi mezzo abbandonata, coi nomi scolpiti e la città sotto.

Le sorgenti della Bosna ai piedi dell'Igman: canali, cigni e il viale asburgico di Ilidža da fare a piedi o in carrozza. Piedi a mollo gelati e picnic.

Il colosso brutalista a gradoni costruito per le Olimpiadi '84 e bruciato in guerra: piani aperti nel bosco, neve di cemento. Si abbina alla pista di bob per la doppietta olimpica fantasma.


Un cinema abbandonato diventato bettola: il lunedì sera si canta sevdah tutti insieme, in piedi sui tavoli, con la birra a un marco e mezzo e il fumo che non se ne va mai. Non è per turisti, ma non vi caccia nessuno.

La Casa della Gioventù del complesso olimpico dell'84: cemento jugoslavo, corridoi infiniti e nel seminterrato i concerti punk e hardcore. Sopra ci giocavano a hockey, sotto suonano ancora.

La città stava sopra una miniera di sale e col tempo è sprofondata: hanno trasformato l'avvallamento in laghi salati in pieno centro, con la spiaggia. Ci si fa il bagno nell'acqua salmastra circondati da palazzoni socialisti.

Dieci ćevapi nella somun con la cipolla cruda e il kajmak, in piedi, e basta: non c'è altro nel menù da settant'anni. Ci mangiano gli operai alle sette del mattino. È il metro con cui si misurano tutti gli altri.

Due ali di cemento alte venti metri che si aprono come una ferita, in fondo alla valle della Sutjeska dove i partigiani sfondarono l'accerchiamento nel 1943. Attorno non c'è niente: il bosco e il fiume.

Una corona di pilastri di cemento scanalati su una montagna, per i morti dell'offensiva del '42. Ci si entra dentro e il suono cambia. Ci sale ancora qualcuno, ma quasi solo il primo di maggio.

Il ponte Mehmed Paša di Višegrad, UNESCO, quello del romanzo di Andrić. Bagno sotto le arcate.

Un lago glaciale a 1600 metri sul massiccio della Vranica, con i katun: le baite di legno dei pastori ancora usate d'estate e i cavalli semibradi al pascolo intorno. Niente strada asfaltata, niente chioschi.

Una collina boscosa e perfettamente triangolare che nel 2005 un signore ha deciso fosse la 'più grande piramide del mondo', più vecchia dell'Egitto. Non lo è — è una montagna — ma ci hanno scavato tunnel, aperto musei e portato pullman di turisti. Il monumento più assurdo dei Balcani è la convinzione che ci sia un monumento.

L'ultima capitale dei re di Bosnia prima dei turchi, oggi un paesino con un monastero francescano che ha attraversato cinque secoli di dominio ottomano senza chiudere mai. Sopra, tra i boschi, le rovine di Bobovac dove si incoronavano.
Un vecchio cinema diventato il locale notturno più popolare di Sarajevo: due piani, concerti e dj fino alle sei del mattino, senza biglietto. Di sopra rock e vecchie hit, di sotto turbofolk per chi non si vergogna. Ci finiscono studenti, nostalgici e chiunque non voglia ancora andare a casa.

La fortezza di Herceg Stjepan, l'ultimo signore che diede il nome all'Erzegovina, arroccata sul carso sopra le sorgenti della Buna. Giù al fresco ci sono la tekke dei dervisci e i pullman; quassù, dopo mezz'ora di salita ripida, non c'è nessuno.
Un trenino che sale la montagna disegnando un otto, i meandri dell'Uvac coi grifoni sopra la testa, e una torre fatta di teschi veri. Belgrado la si attraversa e basta.




Uno dei fiumi più corti d'Europa: 365 metri esatti da sorgente a cascata nella Drina, per questo lo chiamano il fiume di un anno. Pozza gelida, trote e ombra a Perućac.

La casina di legno piantata su uno scoglio in mezzo al fiume dal 1968, coi monti della Tara dietro: foto dal ponte di Bajina Bašta e bagno dalla spiaggetta accanto.


Caverna enorme con vasche di travertino a gradoni piene d'acqua: dentro sembra un hammam scavato dai fiumi. Sulla strada tra Mokra Gora e l'Uvac.

Il canyon perfetto visto dal belvedere Molitva mentre i grifoni ti passano sotto. Sterrato più 30 min a piedi.

La torre costruita nel 1809 coi teschi dei ribelli serbi. Breve e indimenticabile.


Tre pugni di cemento alti 14 metri dove i nazisti fucilarono oltre 10.000 prigionieri di Crveni Krst: spomenik da manuale a dieci minuti da Niš, deserto.


Canyon stretto tra pareti gialle col monastero trecentesco di Poganovo nascosto in fondo: la Serbia che nessuno vede, a mezz'ora dalla frontiera bulgara.

UNESCO. Marmo bianco e affreschi del Duecento su fondo blu oltremare, dentro due chiese in fondo a una valle. È la madre di tutti i monasteri serbi.

UNESCO. La prima capitale serba in rovina e, poco sotto, il monastero di Sopoćani con la Dormizione della Vergine: uno degli affreschi più belli del Medioevo europeo, e lo sanno in quattro.

UNESCO. Il palazzo che l'imperatore Galerio si costruì per ritirarsi, e dove volle essere divinizzato: mura, torri e mosaici in mezzo ai campi, senza un turista.

Un cortile nascosto dietro un portone, con l'ex officina elettrica trasformata in bar: concerti piccoli, dischi e nessuno che vi guarda le scarpe.

Duecento colonne di terra alte fino a quindici metri, ognuna con una pietra in equilibrio sulla testa che la ripara dalla pioggia. Sotto, due sorgenti acide che sanno di ferro. La leggenda dice che sono invitati di un matrimonio pietrificati.

La tomba di Tito, una lastra di marmo bianco dentro una serra, e accanto il museo con le migliaia di staffette che i pionieri gli portavano ogni anno per il compleanno.

Una torre a treppiede alta 205 metri, unica al mondo con quella struttura. La NATO la rase al suolo nel 1999; i serbi l'hanno ricostruita identica nel 2010 coi soldi delle donazioni.

Cinque pinne di cemento che si aprono a stella su una collina sopra Belgrado: viste dall'alto sono un'esplosione. Si arriva a piedi dal parcheggio, e di solito non c'è nessuno.

La kafana più vecchia di Belgrado, del 1823. Si chiama "?" perché la chiesa di fronte si oppose al nome scelto e il proprietario, per ripicca, appese un punto interrogativo come insegna provvisoria. È ancora lì.

Una piramide quasi perfetta che spunta dalla pianura, con in cima una cappella fatta saltare dai cercatori di tesori. Nel 2012 ci si radunarono in centinaia convinti che dentro ci fosse un'astronave pronta a salvarli dalla fine del mondo. Il tè che cresce sui fianchi è ottimo.

Ex cava di pietra sulla Fruška Gora riempita d'acqua verde smeraldo, pareti tagliate a picco e nemmeno l'ombra di un bagnino: per i serbi è il lago più bello della Vojvodina, titolo con poca concorrenza visto che intorno è tutta pianura. Si scende a piedi e si risale sudando.

La 'Santa montagna serba': una gola dove la Morava Occidentale disegna meandri a ferro di cavallo e dieci monasteri ortodossi si aggrappano ai due versanti. Dai belvedere del Kablar il fiume torna quasi su se stesso.

Una grotta con il portale d'ingresso più alto d'Europa: cinquanta metri d'arco a forma di goccia, con una cascata che ci precipita davanti dopo le piogge. Dentro un chilometro di sale; fuori, la sagoma buca la collina come una serratura.

La gola della Nišava, dove nel 2008 hanno trovato una mandibola di Neanderthal di 400.000 anni fa. Oggi sono pareti a picco, un vecchio sbarramento, monasteri nascosti e i vigneti terrazzati di un vino che si fa solo qui.
Millecinquecento metri quadri dell'ex casa di produzione cinematografica jugoslava a Karaburma, occupati dal 2011 al 2015 dal collettivo Ministarstvo prostora: studi, concerti, orto urbano e perfino un circo dentro un rudere. Un esperimento di autogestione durato quattro anni, prima che il proprietario si ricordasse di averlo.
«Comma 22»: un edificio abbandonato scoperto per caso e occupato nel 2015, battezzato dalle 22 maniglie sparite dalle porte. Da spazio DIY è diventato uno degli approdi fissi delle band in tour nei Balcani, con tanto di museo di cimeli jugoslavi. Democrazia piatta, nessuno comanda, il barista è un rifugiato curdo.

Un giorno solo come chiesto, ma speso benissimo: si entra da Dimitrovgrad e si esce da Kapıkule. Il Mar Nero e Nessebar restano lì a guardare — sono archivio, la rotta non ci passa. Plovdiv è l'opzione che costa una notte in più.



La torre di pietra sul passo dove russi e volontari bulgari fermarono l'esercito ottomano nel 1877: 900 scalini, vento e mezza Bulgaria sotto. Dieci minuti da Buzludža.

Affreschi del IV secolo a.C. nella valle delle rose, patrimonio UNESCO. Sosta di un'ora.

La tomba vera di re Seuthes III sotto il tumulo: corridoio di 13 metri e camera di granito dove trovarono la sua testa di bronzo. Il gemello autentico della replica di Kazanlak.

Sei guerrieri di cemento alti cinquanta metri e la bandiera di Samara: brutalismo bulgaro del 1977 sulla collina della città. Sosta di mezz'ora sulla strada per Edirne, tramonto ideale.


Il monastero più grande dei Balcani, in fondo a una valle di abeti: portici a righe bianche e nere, affreschi su ogni centimetro e la torre di Hrelja, unica cosa scampata all'incendio del 1833.

Torri di arenaria rossa alte cento metri, e in mezzo una fortezza che i romani, i bizantini e gli ottomani si sono limitati a completare: le mura vere sono la roccia.

Due aperture nella volta guardano il cielo e sembrano due occhi: la chiamano gli Occhi di Dio. Si entra a piedi da un capo e si esce dall'altro, senza torce.

Una caverna enorme con sette lucernari naturali sul soffitto e un fiume che la attraversa. Ci hanno girato film d'azione, ci vivono i pipistrelli, e il rimbombo è quello di una cattedrale.

Una scala di vasche di travertino turchese in mezzo al bosco, con l'acqua che scende di pozza in pozza. Si cammina sulle passerelle e in certi punti ci si può stendere.

La capitale del secondo impero bulgaro, aggrappata a un'ansa dello Yantra: la fortezza di Tsarevets su un promontorio e le case che si arrampicano una sull'altra.

Una città intera scavata dentro la roccia dai traci: scale, vasche, altari e un palazzo, tutto ricavato togliendo pietra invece che mettendola. Sopra un crinale, senza ombra.

Un arco ottomano solitario sopra l'Arda, in una gola dove al mattino la nebbia sale dall'acqua e passa sotto il ponte. Il nome se l'è guadagnato.

Una chiesa medievale in bilico su uno sperone sopra la gola dell'Asenitsa, e attorno quasi niente: la fortezza è crollata, la chiesa no.

Il secondo monastero di Bulgaria, del 1083: refettorio affrescato, un'icona che dicono miracolosa e i pellegrini che salgono a piedi. Sotto, le bancarelle di miele e formaggio.

Due archi di roccia rimasti in piedi dopo il crollo di una grotta: uno lo si attraversa, sotto l'altro ci si infila. In mezzo ai Rodopi, a 1.400 metri.

Mille e trecento anni di stato bulgaro celebrati in cemento brutalista sopra la città: blocchi ciclopici, mosaici e khan di pietra alti dieci metri. Ci si arriva con 1.300 scalini.

Il quartiere degli artigiani diventato il posto dove si mangia e si beve a Plovdiv: vicoli stretti, murales, tavolini fuori e nessuna insegna in inglese.

UNESCO. Sotto Sofia: 240 figure affrescate nel 1259, ottant'anni prima di Giotto, e già con i volti veri. Entrano dieci persone alla volta, per dieci minuti.


UNESCO. Un rilievo dell'VIII secolo scolpito a ventitré metri d'altezza su una parete verticale: un cavaliere che trafigge un leone. Nessuno sa bene come abbiano fatto.

UNESCO. Una tomba tracia del III secolo a.C. con dieci cariatidi femminili scolpite nella pietra a reggere il soffitto: uniche in tutto il mondo trace.

UNESCO. Cappelle scavate nelle falesie del Rusenski Lom, con affreschi del Trecento appesi sopra il vuoto. Si sale una scala nella roccia.

UNESCO. Cime di marmo sopra i duemila metri, laghi glaciali e il pino di Baikushev, che ha 1.300 anni ed era già lì quando fu fondata la Bulgaria.

UNESCO. Un lago sul Danubio dove nidificano i pellicani ricci: si guardano dalla torre, e in primavera sono centinaia.

Un'ex fabbrica a Sofia occupata da studi, sale prova e una pista: post-industriale vero, non ricostruito. Ci suonano quelli che a Berlino ci mettono dieci anni ad arrivare.

Sotto il Palazzo della Cultura, in un bunker socialista: il club techno più vecchio della Bulgaria, aperto dal 1965 come caffè e mai più chiuso. Impianto serio, luci quasi assenti.


Guglie di terra rossa e ocra con la pietra-cappello in cima, sopra un paese di case bianche. Si sale mezz'ora e ci si affaccia sul Rila.

Un fiume intero sparisce dentro la montagna con un boato, cade per quaranta metri in una sala irraggiungibile e riemerge più a valle. Quello che ci si butta dentro non riemerge mai: nemmeno il legno. Si scende per 300 scalini e si risale bagnati.


Un monastero del XII secolo schiacciato sotto una parete di roccia strapiombante, all'imbocco di una gola con la grotta di Bacho Kiro (uomini moderni di 45.000 anni fa). Nel 1876 i ribelli contro i turchi si asserragliarono qui e vennero rasi al suolo; l'hanno ricostruito.

Una tomba tracia del IV secolo a.C. sotto un tumulo, con una cupola affrescata: una caccia al cinghiale, un banchetto e la firma di Kozimasez, forse il primo nome di pittore della storia bulgara. L'originale è chiuso; accanto un museo lo rifà pietra per pietra.

Dolmen dell'età del ferro sparsi nella campagna del Sakar: lastroni di pietra da tonnellate incastrati a formare una cella con una porticina rotonda, tremila anni fa, per i morti tracii. Nessun cartello, nessun biglietto: stanno in un prato, e li trovi se sai dove guardare.

La centrale termica del Palazzo della Cultura, accesa due anni e poi lasciata a marcire per quaranta: oggi è un centro d'arte contemporanea nel cemento nudo, tra sale prova, performance e musica sperimentale. Scaldava l'acqua, adesso scalda la scena indipendente di Sofia.

Trenta magazzini del tabacco degli anni Venti, quasi tutti abbandonati e ancora impregnati dell'odore: in uno, il #SKLAD, la Capitale della Cultura 2019 ha infilato mostre, installazioni e concerti. Rovina monumentale e bellissima, il posto che a Berlino sarebbe già un club con la lista alla porta.

L'isola più grande della Marica, sotto un ponte di Plovdiv: selvatica, abbandonata, coperta di graffiti e teatro dei rave e di tutto ciò che in centro non si può fare. Ci si arriva a piedi quando l'acqua cala, e nessuno ti chiede cosa ci fai.

La terza sinagoga sefardita più grande d'Europa, facciata color miele tra moresco e Secessione viennese. Dentro pende il lampadario d'ottone più grande della Bulgaria: due tonnellate di luce sospesa.

La grande hali coperta del 1911, con l'orologio in facciata: formaggi, miele e spezie sotto le navate, e nel seminterrato i muri della Serdica romana sotto vetro. Ideale per uno spuntino veloce.

L'unica moschea ancora attiva della città, dalla scuola di Mimar Sinan, in piedi dal 1566. Il nome ricorda le terme: accanto sgorgano le sorgenti calde dove i sofioti riempiono ancora le bottiglie alle fontane.

La cattedrale ortodossa in piazza, forme massicce e un'unica cupola, ricostruita dopo l'attentato dinamitardo del 1925. Dentro, iconostasi dipinto e una penombra dorata d'incenso.

L'edificio più antico di Sofia: rotonda romana in mattoni rossi del IV secolo, nascosta in un cortile tra i palazzi del governo. Sotto la cupola, strati di affreschi medievali riaffiorati sotto l'intonaco ottomano.

Il Largo stalinista — Casa del Partito, Presidenza, Consiglio dei Ministri, col cambio della guardia — e un piano più sotto, integrate nel metrò, le strade lastricate e le rovine della Serdica romana.

La facciata più fotografata di Sofia: colonne rosse, un frontone affrescato e due vittorie alate, firmata dai viennesi Fellner & Helmer (1907). Davanti, fontane e pensionati che giocano a scacchi.

La chiesa che ha dato il nome alla città: basilica in nudo mattone rosso del VI secolo, austera, sopra una necropoli di tombe e mosaici visitabile nei sotterranei. Davanti, la fiamma eterna e il Milite Ignoto.

L'immagine-cartolina di Sofia: una delle più grandi cattedrali ortodosse del mondo, cupole d'oro e rame verde, neobizantina (1882–1912), memoriale ai caduti per la liberazione della Bulgaria. Nella cripta, un museo di icone.

La «Vitoshka», isola pedonale dello shopping: boutique, dehors e gelaterie, e in fondo alla via il profilo del monte Vitosha. Il posto giusto per un caffè o una birra bulgara prima di rientrare.

Minuscola chiesa medievale sprofondata sotto il livello stradale, davanti ai magazzini TZUM: costruita dai sellai quando ai cristiani era vietato alzare edifici più di un uomo a cavallo. Interno buio, affreschi del Trecento.

Quattro leoni di bronzo scuro sorvegliano il ponte sul Vladaya, e a pochi metri si apre lo Zhenski Pazar: il bazar più antico e ruvido di Sofia, frutta, spezie, formaggi e vita popolare senza filtri.

Il parco surreale dove sono finiti i monumenti smontati del regime: un Lenin pensieroso, partigiani a passo di marcia e la stella rossa che brillava sulla Casa del Partito. Dentro, manifesti e dipinti del realismo socialista.

Un cortile-parco affollato di ferraglia della Guerra Fredda: caccia MiG ala contro ala, missili sovietici puntati al cielo, carri, radar e artiglieria che si ossidano al vento. Quasi ignorato dai turisti.

Viali alberati e silenziosi, cappelle ortodosse, ebraiche e cattoliche fianco a fianco, angeli di pietra erosi e tombe monumentali di poeti e generali. Bellezza malinconica all'ombra dei tigli.

Sul massiccio del Vitosha, un fiume di enormi massi di granito levigati dai ghiacci scende tra i faggi: si cammina sul letto di roccia con l'acqua che gorgoglia invisibile sotto i piedi. Lunare, a un passo dalla città.


Dal 1995, uno dei primi live club di Sofia dopo il socialismo: due palchi e musica dal vivo ogni sera — jazz, rock, blues — fino alle quattro. Ci sono passati la band di Paco de Lucía e gli Incognito.

La sala concerti dentro il Palazzo Nazionale della Cultura: il palco dei tour che passano da Sofia, da Yann Tiersen agli Atmosphere. Acustica seria e cartellone fitto, dal jazz all'elettronica.


Nostalgia socialista a tavola: pareti tappezzate di vecchie TV, radio e cimeli del regime, e un menù con oltre 170 rakie da annaffiare col meze. Kitsch fino in fondo, e proprio per questo irresistibile.
Il paese più grande del viaggio, attraversato due volte e in due sensi. All'andata Istanbul (solo chicche fuori dal giro classico), la perla di Edirne e il Mar Nero fino ai Kaçkar; al ritorno la città fantasma armena, l'Ararat, il Tigri, il tempio più antico del mondo, i camini delle fate e la costa licia. Quasi metà del roadbook sta qui, ed è voluto.

Per molti la moschea più perfetta mai costruita, il capolavoro dichiarato di Sinan. Quasi zero turisti.

Il complesso ottomano del 1488 dove i malati di mente si curavano con musica, acqua e profumi: oggi museo della sanità, strano e commovente. Venti minuti dalla Selimiye.


Mosaici e affreschi bizantini che valgono Ravenna, in fondo alle mura teodosiane.

Le finestre di marmo del palazzo imperiale bizantino sul mare, strette tra ferrovia e tangenziale: mille anni di imperatori ridotti a un rudere abitato dai gatti. Si guarda da fuori, in restauro.




Il traghetto per l'Asia come mini crociera sul Bosforo, poi il tempio della cucina anatolica di Musa Dağdeviren nel mercato di Kadıköy: kebab alle ciliegie ed erbe senza nome italiano.

Orhan Pamuk ha scritto un romanzo e poi ha costruito davvero il museo che ci descrive dentro: 4.213 mozziconi di sigaretta della donna amata, in vetrina, uno per giorno. Con il biglietto del libro si entra gratis.

Dal 1876 vendono solo boza, una bevanda densa di miglio fermentato che si beve con la cannella e i ceci tostati. Il bicchiere da cui bevve Atatürk è ancora lì, in una teca.
La meyhane come dovrebbe essere: pochi tavoli, niente menù, il padrone che ti porta i meze che ha fatto oggi e il rakı che scorre finché non lo fermi. Si prenota o non si entra.


La baklava migliore della città, dal 1949, in una sala da bar dove si fa la fila con il vassoio come alla mensa. Si prende con il pistacchio e si mangia in piedi.

Il capolinea della ferrovia di Baghdad, costruito dai tedeschi nel 1909 sull'acqua, chiuso da anni dopo un incendio. Un colosso neorinascimentale vuoto, che aspetta di sapere cosa diventerà.

Il capolavoro di Sinan, e lui lo sapeva: si fece seppellire nel giardino. La cupola sta su come se non pesasse, e dal terrazzo dietro si vede il Corno d'Oro intero.

La "piccola Santa Sofia", del 530: è più vecchia della grande e ci si entra da soli, senza fila e senza biglietto. La cupola a ombrello e il fregio con i nomi di Giustiniano e Teodora.

La fortezza che Maometto II tirò su in quattro mesi nel 1452 per strozzare il Bosforo e affamare Costantinopoli. Si sale sui camminamenti e si guarda giù, dove passavano le navi.




Le longoz: foreste alluvionali che restano allagate per mesi, un habitat che in Europa è quasi sparito. Passerelle di legno fra i tronchi nell'acqua, e dietro le dune il Mar Nero.

Tre grotte comunicanti nei monti Istranca, con un fiume sotterraneo e una colonia di pipistrelli. Si visita solo d'estate: d'inverno la lasciano a loro.


UNESCO. La prima capitale ottomana, con la Moschea Verde e le tombe dei sultani, e alle spalle Cumalıkızık: un villaggio di case a graticcio del Trecento ancora abitato.

Una scatola nera minuscola a Cihangir con l'impianto sproporzionato: house ed elettronica, dj che passano dall'Europa e trecento persone strette. Si suda e basta.

L'ex birrificio Bomonti del 1890 diventato isolato di locali: il Babylon, che ha portato metà del mondo a suonare a Istanbul, e il cortile dove si beve fra i mattoni rossi.

Una cisterna bizantina del V secolo ritrovata per caso nel 2010 sotto un municipio in demolizione: trentadue colonne, l'acqua a pochi centimetri, e quasi nessuno. La Basilica Cisterna senza la fila.

Uno sgombro grigliato sulla barca che ondeggia, infilato nel pane con la cipolla e il limone, mangiato in piedi sul molo davanti al Bosforo. Non c'è ristorante di Istanbul che regga il confronto.

Città ottomana UNESCO tutta legno e intonaco, hammam del 1645 e lokum al doppio pistacchio.

Il villaggio dei carovanieri a 15 minuti da Safranbolu: stesse case ottomane, zero negozi di souvenir, nonne che vendono pasta erişte. Safranbolu com'era prima dell'UNESCO.



Il posto che cercavate: kuş dili, la lingua fischiata patrimonio UNESCO, e i teleferik artigianali sopra i noccioleti.

La Santa Sofia dell'impero di Trebisonda, affreschi del Duecento affacciati sul Mar Nero: mezz'ora ben spesa attraversando Trabzon verso Sümela.

Sospeso nella parete della valle dell'Altındere dal IV secolo. Andarci all'apertura.

Il fratello abbandonato di Sümela: fondato nel V secolo e lasciato alla foresta, si sale in mezz'ora di sentiero fangoso tra affreschi sbiaditi e corvi. Da soli, garantito.

Sette quartieri di case e chiese di pietra dei greci del Ponto, svuotati nel 1923 con lo scambio di popolazioni: rovine in quota sopra Gümüşhane. Sterrato ripido, solo col bel tempo. Deviazione seria.

Castello medievale nella foresta e ponti ottomani a schiena d'asino: la Turchia che non sembra Turchia.

In fondo alla strada di Zilkale, dentro la foresta pluviale del Kaçkar: parcheggio, cinque minuti a piedi, spruzzi gelati e magari un orso di passaggio.

Alpeggi di legno sopra le nuvole, salita ripida in van e passeggiata facile tra le baite.

Pozze profonde sotto il ponte di Şenyuva: acqua a 8 gradi, urla garantite, muhlama come premio.

Una fortezza-carcere sul mare, chiusa nel 1997, dove hanno rinchiuso mezza intellighenzia turca. Le celle sono aperte, i graffiti dei detenuti sono ancora sui muri.


Un'insenatura stretta e profonda dentro il bosco, che sembra rubata alla Norvegia e invece è sul Mar Nero. Acqua ferma, nessuna onda.

Sale enormi con stalattiti a forma di fungo e balconi di travertino, illuminate senza esagerare. Una delle grotte più grandi della Turchia, e quasi nessuno la conosce.


Il pascolo da cui partono i sentieri per i Kaçkar: nebbia che sale dal fondovalle ogni pomeriggio, case di legno e bagni termali. Da qui si va su a piedi per giorni.

Un castello su uno sperone verticale sopra il fiume, senza biglietteria, senza recinzioni, senza nessuno. Si sale e ci si affaccia.

Un lago di montagna circondato da faggi, a due ore da Istanbul: si gira a piedi in un'ora e mezza e d'autunno diventa rosso.
Si scende in ascensore a 150 metri dentro una montagna di salgemma: le pareti sono trasparenti come ghiaccio, hanno scavato sale enormi e ci mandano gli asmatici a respirare.

Altopiano a 1.960 metri, pellicani, cavalli e çay nelle baracche dei pescatori: la prima sosta dopo la frontiera deserta di Türkgözü, sulla strada per Kars.





Miraggio ottomano armeno persiano arroccato sopra Doğubayazıt, con l'Ararat che riempie l'orizzonte.

Buco perfetto di 35 metri a due passi dal confine iraniano. Sosta di mezz'ora, giusto per dire c'ero.

Pozze termali fumanti nel canyon del fiume Murat, tra Ishak Paşa e Van: vasche pubbliche spartane e pozze libere lungo il fiume. Il bagno più caldo del viaggio.

Passerella sospesa e çay davanti al salto, la sosta perfetta scendendo verso Van.

Kars fu russa per quarant'anni e si vede: strade a scacchiera, palazzi zaristi in basalto, una chiesa ortodossa diventata moschea. Sembra una città siberiana caduta in Anatolia. È la Kars di Pamuk, e nevica davvero così.


La colazione più famosa della Turchia: otlu peynir alle erbe, miele in favo, kavut, murtuğa. Un'ora di tavola.

La rocca urartea di Tushpa sopra il lago, iscrizioni cuneiformi e tramonto.



Steli giganti di pietra vulcanica dell'XI secolo sulla sponda nord del lago. Quasi nessuno lo conosce.

Si sale in van dentro la caldera sopra Tatvan: lago freddo per il coraggio, pozza calda per il premio.

L'arcata di pietra più grande del mondo medievale (1147), con le stanze per i viandanti dentro le spalle del ponte: sosta sul Batman Çayı, piedi in acqua sotto.


Il mausoleo timuride smaltato di turchese e blu, sollevato intero e traslocato per salvarlo dalla diga: il pezzo più prezioso della vecchia Hasankeyf, di fronte alla nuova.

La foto scema obbligatoria all'ingresso della città. Cinque minuti, zero pentimenti.

Cinque chilometri di mura di basalto nero, il minareto a quattro colonne su pilastri e il ciğer kebab di Sur: la metropoli curda che non somiglia a nient'altro. Mezza giornata.

La guarnigione romana di frontiera sulla via Diyarbakır–Mardin, col tempio sotterraneo di Mitra scavato nel 2017: l'ultimo mitreo del limes orientale, iniziazioni comprese. Chicca archeologica pura.




Case di pietra intagliata e il monastero attivo dal 397. Deviazione di mezza giornata.

Un ponte romano a schiena d'asino ancora carrabile dopo diciotto secoli, con due colonne rimaste in piedi su quattro. Ci si passa sopra a piedi, e sotto scorre il Cendere.

La fortezza mamelucca a strapiombo su Kahta e, di fronte, Arsameia con il rilievo di Mitridate che stringe la mano a Eracle. Sulla strada del Nemrut, e quasi nessuno si ferma.

Un lago di montagna a 1.200 metri, con l'acqua dolce e trasparente e, sotto la superficie vicino alla riva, i resti di una chiesa sommersa che si vedono a maschera.



UNESCO. Portali selgiuchidi del 1229 scolpiti in un barocco di pietra che non somiglia a niente altro nell'islam, e le ombre che al sole disegnano figure umane sul muro. In mezzo al nulla.

Una frana ha sbarrato la valle nel Settecento e ha creato un lago; l'acqua in eccesso cade da 48 metri, la cascata più alta della Turchia. Si guarda da una piattaforma sospesa nel vuoto.

L'agnello cuoce su uno spiedo ORIZZONTALE davanti alla brace, poi viene tagliato e infilzato su spiedini che ti mettono in mano. Esiste solo qui, e a Erzurum si mangia a colazione.

Il tempio più antico del mondo, 9600 a.C.: settemila anni prima delle piramidi. Ridimensiona tutto.

Il fratello di Göbekli appena scavato: pilastri a T ancora nella roccia e la sala delle undici colonne col volto che vi fissa dalla parete. Più crudo, più vuoto, stessa vertigine.

La vasca delle carpe sacre di Abramo e uno dei bazar più veri della Turchia. Kebab con isot.



Il paese mezzo affogato dalla diga sull'Eufrate col minareto che spunta dall'acqua, e la fortezza di Rumkale a picco sul fiume: barca, bagno e rosa nera. Mezza giornata da Urfa.

Le teste colossali di Antioco all'alba sulla vetta. Deviazione dura da mezza giornata: solo se avete benzina in corpo.

Il museo dei mosaici di Zeugma con la Zingarella che vi segue con gli occhi, e la capitale mondiale di baklava e pistacchio: pausa d'obbligo sulla rotta per la Cappadocia.

Monastero rupestre intero con un decimo della gente di Göreme, più i camini di Paşabağ accanto.

Il villaggio rupestre abbandonato dopo le frane degli anni Cinquanta, con la basilica di San Giovanni Battista del V secolo in cima alla falesia: la Cappadocia scavata, gratis e senza folla.

Camminata tra i camini rosa col vino di Cappadocia, e all'alba i cento palloni visti gratis da terra.


Canyon con fiume, chiese rupestri e il monastero scavato di Selime. Alternativa fresca a Kaymaklı.

Undici chiese rupestri con gli affreschi bizantini intatti perché la fuliggine li ha protetti per secoli. La Karanlık Kilise si paga a parte e vale ogni lira.


Un canyon di chiese rupestri a un'ora da Göreme, dove non arriva nessun tour: si cammina fra i camini di fata da soli, e le vecchie del paese cuciono bambole di stoffa.

Il sentiero che si fa al tramonto: la roccia passa dall'ocra al rosa al viola, e dentro ci sono chiese nascoste con le croci incise. Tre ore, poca ombra.

Le colombaie scavate nel tufo, che per secoli hanno dato il concime ai vigneti, e sopra il castello di Uçhisar: uno sperone bucherellato da cui si vede tutta la Cappadocia.

Sinasos, quando ci vivevano i greci: portali di pietra scolpiti, case padronali svuotate nel 1924 con lo scambio di popolazioni, e adesso un paese sonnolento senza turisti.

Una palude in mezzo alla steppa con i fenicotteri rosa e centinaia di specie di uccelli, ai piedi dell'Erciyes innevato. Si va all'alba, in barca piatta.

Il secondo lago della Turchia, profondo mezzo metro: d'estate evapora e resta una crosta di sale bianca su cui si cammina fino all'orizzonte, col cielo che si specchia nel velo d'acqua. Al tramonto diventa rosa per via delle alghe.

Gaziantep ha la denominazione europea protetta per la baklava e una città intera che vive di pistacchi. La differenza si sente al primo morso. C'è anche un museo della cucina, e non è una barzelletta.

Come Derinkuyu ma senza nessuno: la scoprì un contadino nel 1972 perché l'acqua dei campi spariva. Ha i buchi nel soffitto per versare olio bollente sugli invasori, e le porte di pietra si muovono ancora.





Il castello crociato con i piedi nell'acqua e, dieci chilometri più in là, la città romana abbandonata di Anemurium: strade, terme e necropoli su una spiaggia deserta. Nessuno.


Due doline giganti che i greci chiamavano il Paradiso e l'Inferno: nella prima si scende con 452 gradini fino a una cappella bizantina, nella seconda non si scende affatto.


Un forte ittita con i rilievi ancora al loro posto, all'aperto, in mezzo a un bosco di pini sopra un lago. E la stessa iscrizione in due lingue, che ha permesso di decifrare il luvio.

Il fiume Köprüçay corre verde smeraldo dentro una forra di calcare, sotto un ponte romano ancora in piedi. Ci si scende in gommone, o ci si siede nelle taverne coi tavoli dentro l'acqua.

Un balcone di roccia a strapiombo di 400 metri sul Köprülü: uno dei panorami più violenti della Turchia, e non c'è una ringhiera. Sterrata lunga, nessun biglietto.



Un lago artificiale color smeraldo incassato fra pareti verticali, dietro una diga a volta. Si gira in barca e si nuota nel mezzo, con l'acqua che resta fredda anche a ferragosto.


Una passerella di legno appesa dentro una gola strettissima, che finisce in una cascata con una pozza dove ci si butta. Un'ora dalla costa e già non c'è più nessuno.

Olba-Diocesarea: un tempio di Zeus con le colonne ancora in piedi in mezzo al paese, una torre ellenistica alta 22 metri e le case costruite con i blocchi antichi.


La rocca dei crociati sopra la città, con il fossato scavato nella roccia. Sotto, il fiume Göksu dove annegò Federico Barbarossa mentre andava alla terza crociata.

Un castello bizantino su un cono che domina il mare, raggiungibile solo a piedi da un villaggio di banani. Le mura sono intatte, dentro non c'è niente e nessuno.

Sabbia bianchissima di magnesio e acqua turchese: la NASA ci ha studiato i minerali perché somigliano a quelli di Marte. Si nuota, ma il fondo è fango bianco e ci si affonda dentro.

Una città romana intera a 1.500 metri, in un anfiteatro di montagne: la fontana monumentale è stata rimontata pezzo per pezzo e butta ancora acqua. Il posto più scenografico dell'Anatolia.

Le terrazze di calcare bianco che scendono come una cascata pietrificata, e sopra la città romana con la necropoli più grande dell'Anatolia. Si entra all'alba, scalzi, e si cammina nell'acqua.

UNESCO. Novemila anni fa qui c'era una città senza strade: si entrava dai tetti, e i morti si seppellivano sotto il pavimento di casa. Uno dei primi insediamenti urbani della storia.

La spiaggia di Alanya sotto la rocca, quella che porta il nome della regina: due chilometri di sabbia, bandiera blu, e la fortezza selgiuchide a strapiombo che la chiude a est.

Un canale lungo 1.300 metri scavato a mano nella roccia viva da schiavi e legionari, per deviare un torrente che insabbiava il porto di Seleucia. Ci si cammina dentro, sul fondo, con le pareti alte trenta metri e il cielo ridotto a una striscia.

Il kebab lungo quanto l'avambraccio, piccante, con la cipolla al sommacco. Si accompagna con lo şalgam: succo di rapa fermentata, viola, salatissimo, che al primo sorso sembra uno sbaglio e al terzo non puoi più farne a meno.

Una grotta crollata dove l'acqua termale forma le stesse terrazze bianche di Pamukkale, ma sottoterra e in miniatura, con la luce che entra dal buco del soffitto. Ci vanno solo i turchi, in famiglia, la domenica.



Uno dei migliori musei archeologici della Turchia e quasi sempre vuoto: gli dèi di Perge in fila, sarcofagi enormi, e il reparto sulle città licie che state per attraversare.

Il fiume finisce di schianto in mare da una falesia di quaranta metri. Dall'alto è un balcone, dal basso ci si arriva in barca e ci si bagna.

Rovine licie inghiottite dalla foresta a due passi da una spiaggia di ciottoli, e sopra il monte le fiamme di Yanartaş che escono dalla roccia da tremila anni e non si spengono. Salite di notte.




Diciotto chilometri di forra alta trecento metri: si entra a piedi nell'acqua gelida guadando controcorrente, con le pareti che si stringono sopra la testa.


La laguna che sta su tutte le cartoline, ma quella vera è la valle delle farfalle accanto: ci si arriva solo in barca, ha una cascata in fondo e si dorme in tenda sulla sabbia.

Si risale il delta in barca fra i canneti con le tombe licie scavate nella parete che vi guardano dall'alto, e si finisce sulla spiaggia di İztuzu dove nascono le tartarughe caretta.



Una piscina di acqua verde dentro una grotta crollata, a due passi dalla strada per il parco di Dilek. Si entra in acqua da un masso, il fondo non si vede.

Il parco nazionale sulla punta: quattro cale di ghiaia bianca sotto una montagna coperta di pini, acqua trasparente e cinghiali che passeggiano fra gli asciugamani.





Il bazar di Smirne è un labirinto vero, non un souvenirificio: han del Settecento, calderai, e in mezzo l'agorà romana con le sue volte sotterranee ancora piene d'acqua.

Il paese di pietra dei mulini a vento, con le vie di ciottoli e le porte azzurre, e intorno le baie dove il meltemi tira sempre: qui si viene a fare windsurf e a mangiare erbe selvatiche.


Una lingua di ghiaia bianca in fondo a una gola che si apre di colpo sulla strada per Kaş: 190 scalini giù, e l'acqua è di un turchese che sembra ritoccato. Non lo è.

La capitale della Licia, che si suicidò due volte pur di non arrendersi, e il santuario di Leto poco sotto, con i templi allagati dalle sorgenti. UNESCO, e sempre vuoto.

Le tombe rupestri scavate come case sopra un teatro romano, e a due passi il porto di Andriake col granaio di Adriano. Qui era vescovo San Nicola: sì, quello.




L'isola di San Nicola: quattro chiese bizantine in rovina, una via processionale coperta lunga mezzo chilometro e le tombe fra i cespugli. Ci si arriva in barca e ci si tuffa dagli scogli.


Una baia tranquilla dove il Sentiero Licio tocca il mare, e da lì si sale al faro di Gelidonya guardando cinque isolotti. Sotto, uno dei relitti più antichi mai trovati.

L'Olimpo dei licii: 2.365 metri che partono dalla spiaggia. Si sale in funivia in dieci minuti e si passa dal costume al piumino, con tutta la costa sotto i piedi.

Una forra che si stringe fino a due metri, con l'acqua gelida fino alla vita e le pareti che ti chiudono sopra la testa. Si guada, si nuota, ci si arrampica.



L'isola di Sedir, nel golfo di Gökova: la spiaggia è fatta di granuli bianchi e tondi che non esistono altrove sulla costa, e la leggenda dice che li portò Marco Antonio dall'Egitto per Cleopatra. Vietato portarne via un grammo, e vietato stendersi: si guarda e si nuota.

Era un golfo del mare; poi il Meandro lo ha chiuso coi detriti e l'ha trasformato in lago. Sulle isole ci sono ancora i monasteri bizantini, in mezzo all'acqua, e attorno gli allevatori di bufali.

Un caos di massi granitici alti come palazzi, e dentro le fessure pitture rupestri di 8.000 anni fa: figure umane a braccia alzate, dipinte in rosso, che nessuno sa spiegare. Serve una guida del posto o non le trovi mai.

Una sfoglia unta e salata che gli ebrei sefarditi si portarono dietro dalla Spagna nel 1492 e che si mangia SOLO a Smirne: nel resto della Turchia non la conosce nessuno. Si prende al forno all'alba, con l'uovo sodo.

Facciata monumentale frigia di 2.700 anni e città rupestri deserte davvero. Notte stellata garantita.



Case ottomane color pastello, il museo OMM di legno firmato Kengo Kuma e i çibörek fritti al momento: la città universitaria più allegra di Turchia, giusta per una sera.


Le trincee del 1915 a pochi metri le une dalle altre, i cimiteri sopra il mare, il memoriale di Atatürk. Bagno dove sbarcarono.

La serratura del mare: il forte a trifoglio di Maometto II sullo stretto.

Sabbia dorata e l'Egeo limpidissimo a due passi da Anzac Cove, con Samotracia all'orizzonte: il bagno tra un cimitero e l'altro, che qui suona meno strano di quanto sembri.

La punta della penisola di Gallipoli: il memoriale britannico, la spiaggia V dove lo sbarco divenne un massacro e il forte restaurato. Chiude il giro lontano dai gruppi.


Il tempio di Apollo più colossale mai iniziato e mai finito: doveva avere 122 colonne alte venti metri, e i costruttori ci lavorarono sopra cinque secoli senza mai mettere il tetto. Dentro c'era l'oracolo, secondo solo a Delfi; per terra, una testa di Medusa grande come un tavolo.


L'ibis eremita — testa calva, piume iridescenti, un uccello che nel Medioevo si credeva estinto ovunque tranne qui — sopravvive sull'Eufrate grazie a una colonia protetta e a una parete di nidi artificiali. A Birecik è quasi un santo: quando migrava, la città ne festeggiava il ritorno.

Una delle grotte con lago sotterraneo più grandi al mondo: si entra su un gommone e si scivola su un'acqua verde immobile tra dighe di travertino, dentro il buio della montagna. Aperta solo quando il livello dell'acqua lo permette.

Una formazione geologica a forma di scafo, lunga esattamente quanto l'Arca di Noè secondo la Genesi, ai piedi dell'Ararat: per qualcuno è la prova, per i geologi è fango indurito. C'è un centro visite, un cartello marrone 'Nuhun Gemisi 5 km' e la montagna che incombe a fare la sua parte.


Un castello medievale sul cocuzzolo di Kaleköy, con dentro un minuscolo teatro licio scavato nella roccia. Sotto, nell'acqua trasparente, la città sommersa di Kekova — scale e muri di un abitato romano calati da un terremoto, che si guardano dalla barca perché tuffarcisi è vietato. Al villaggio si arriva solo via mare o a piedi.
Otto notti, il cuore del viaggio: khachapuri, sanatori fantasma e funivie sovietiche, la Strada Militare Georgiana che fa quasi tutto lei, i bagni sulfurei di Tbilisi e il vino in anfora da 8.000 anni. Si esce da una città scavata dentro la roccia.

Il primo tuffo georgiano a cento metri dalla dogana: ciottoli bianchi e l'acqua più trasparente della costa, si nuota guardando la Turchia. Battesimo obbligatorio appena passati.



L'arco medievale della regina Tamar e la cascata dove ci si tuffa, a mezz'ora da Batumi risalendo l'Acharistskali: chioschi di chacha e churchkhela lungo la strada.

La spiaggia di sabbia nera magnetica dove l'URSS mandava i malandati a farsi la magnetoterapia: acqua bassa e tiepida, atmosfera da villeggiatura sovietica sopravvissuta.

Gole turchesi dove si nuota e si pagaia tra pareti di muschio. Mezza giornata che vale.

«Il posto dove c'era una città»: la tripla cinta bizantina di Archaeopolis sul fiume Tekhuri, col tunnel segreto che scende all'acqua e una vasca termale libera vicino al ponte.

Le terme della nomenklatura abbandonate: colonnati, lampadari caduti, il Bagno n. 6 personale di Stalin.

Mercato coperto pieno di churchkhela e spezie, e il monastero UNESCO di Gelati con gli affreschi d'oro.

Cattedrale sotterranea di stalattiti illuminate, con tratto finale in barca.


Chiesette e celle rupestri appese alla parete sopra la strada di Chiatura, affreschi e silenzio: due tornanti dopo le funivie, nessun cartello.

Monolite di 40 metri con un monastero in cima, abitato da monaci fino al 2015.

UNESCO. Il villaggio abitato più alto d'Europa, a 2.100 metri sotto lo Shkhara: torri di difesa medievali una per famiglia, e la strada che ci arriva è un'avventura.

UNESCO. Foreste pluviali temperate e torbiere sul Mar Nero, sopravvissute alle glaciazioni: felci alte come un uomo e passerelle sull'acqua nera.


Un arco di cemento alto 271 metri incastrato in una gola, costruito dai sovietici: ancora oggi una delle dighe ad arco più alte del mondo. Si cammina sul coronamento, col vuoto da tutte e due le parti.

La città scavata nella roccia già viva quando Roma non c'era: teatri, cantine e sale del trono di tufo sopra il Mtkvari. Due ore di sosta salendo da ovest.

Rimasto sovietico dentro: cimeli, il vagone blindato personale e la casa natale sotto un tempietto di marmo. Agghiacciante e imperdibile insieme, come da programma.

Lago tiepido a 900 metri sulla strada per Ananuri: l'unico bagno facile del Caucaso, tra georgiani che grigliano e noleggiano pedalò. Sosta pigra prima della salita.

Torri e chiese sul lago turchese di Zhinvali, sosta perfetta salendo.

Il mosaico sovietico gigante a balcone sul precipizio di Gudauri. Tramonto irreale.

La chiesa del Trecento sotto il Kazbek, cartolina della Georgia. Si sale anche in van, meglio all'alba.

Doppia cascata in una gola laterale della Dariali, 40 minuti a piedi dal parcheggio verso il confine russo: doccia glaciale per chi deve dimostrare qualcosa.

Piana glaciale con torri medievali, sorgenti ferrose arancioni e villaggi quasi abbandonati. Camminata piana di 3 ore.

Teste giganti dei poeti georgiani spuntate nei prati del villaggio di Sno, opera di uno scultore locale: cinque minuti di deviazione, foto surreale assicurata.

Le piccole Dolomiti del Chaukhi: sentiero facile fino ai prati sotto le pareti.

La vecchia capitale sacra e il monastero di Jvari sul cucuzzolo, dove Aragvi e Mtkvari si incontrano in due colori diversi: mezz'ora da Tbilisi, meglio al mattino presto.

Colonne ciclopiche di bronzo su una collina fuori città: il monumento sovietico più impressionante che vedrete.

Il bacino artificiale anni Cinquanta coi lidi della città: bagno vero dopo l'asfalto, proprio sotto le colonne della Chronicle of Georgia. Doppietta perfetta nel tardo pomeriggio.

Cupole di mattoni e vasche sulfuree: kisa, schiuma e mezz'ora di paradiso.

Cimeli sovietici veri, macchine fotografiche, medaglie e cianfrusaglie meravigliose.

Il mercatone dove i disertori vendevano i fucili nel 1921: oggi montagne di suluguni, spezie, tklapi e nonne coi mattarelli. Colazione da campioni vicino alla stazione.

Brutalismo a incastri sopra il fiume, oggi sede di banca: icona dell'architettura sovietica.

La cattedrale laica del 1985 dove la nomenklatura si sposava: espressionismo sovietico a torri e vetrate, oggi villa privata di un oligarca. Si ammira dal cancello, e basta la sagoma.

Cortili decadenti art nouveau da una parte, ex fabbrica di cucito diventata quartier generale creativo dall'altra.

L'XI secolo da solo in mezzo ai vigneti dell'Alazani, coi monaci che fanno vino in qvevri dal Medioevo: la sosta giusta arrivando in Kakheti da Tbilisi.


Mura affacciate sulla piana dell'Alazani col Caucaso dietro, monastero di Santa Nino.

Vino ambrato fermentato in anfore interrate come 8.000 anni fa, pane shoti e brindisi del tamada.

Monasteri rupestri nel semideserto al confine azero, affreschi e silenzio. Deviazione di mezza giornata.
Sotto le tribune dello stadio Dinamo, dentro la piscina olimpica sovietica prosciugata: il club techno che nel 2018 si è preso una retata della polizia e ha risposto con migliaia di persone che ballavano davanti al parlamento. Si entra solo con la lista, e va bene così.


Un chiosco in un parco, un muro coperto di adesivi punk, birra a tre lari e la gente seduta per terra fino all'alba. Zero pretese, ed è per questo che ci vanno tutti.
Otto chilometri di gallerie scavate nella montagna dai sovietici, oggi piene di bottiglie: la temperatura resta a 14 gradi tutto l'anno senza impianti. Si cammina per un chilometro e mezzo dentro la roccia, degustando.

Settanta chilometri di sterrato a strapiombo senza guardrail fino a 2.850 metri: aperta quattro mesi l'anno, la chiamano una delle strade più pericolose del mondo. Dall'altra parte, villaggi di torri di pietra dove non arriva la corrente.

Un labirinto di torri di roccia alte cento metri dove ci si perde davvero: nel Medioevo ci costruirono una fortezza che nessuno riuscì mai a prendere perché nessuno riusciva a trovarla. Si passa in fessure larghe una spalla.

Spade giganti piantate sul crinale dove nel 1121 David il Costruttore fece a pezzi un esercito selgiuchide molto più grosso del suo: la vittoria si festeggia ancora e si chiama didgoroba. Un'ora da Tbilisi, anfiteatro deserto e vento; se c'è nebbia è pure meglio.


Tre piscine calde a 27 gradi nel bosco, 40 minuti a piedi oltre il parco lungo la gola: bagno sotto gli abeti con l'odore di zolfo. Andateci al mattino, il pomeriggio arriva mezza Georgia.

Il villaggio climatico dei Romanov coi villini di legno intagliato e l'osservatorio astronomico sovietico in cima alla foresta: aria da sanatorio d'altri tempi, serate col telescopio.

Cittadella restaurata di Akhaltsikhe: moschea, sinagoga e chiesa dentro le stesse mura.

San Saba nascosto in una gola dietro Akhaltsikhe, affreschi duecenteschi e nessun pullman: mezz'ora di strada stretta che vale doppio.



Il formicaio rupestre più vecchio e selvaggio di Vardzia, a due chilometri: tunnel, celle e una chiesetta bianca incastrata nella falesia. Torcia e scarpe serie.


Una gola con le cascate che escono dalla parete, e sopra un ponte di vetro sospeso a 240 metri con un diamante di cristallo appeso in mezzo, dentro cui ci si siede. È talmente kitsch e talmente spettacolare che funziona.

Il primo osservatorio di montagna dell'Unione Sovietica, del 1932, sopra un paese di villini termali per tubercolotici. Le cupole ci sono ancora, i telescopi anche, e la strada che ci sale è tutta curve nel bosco.

Una passerella d'acciaio bullonata alla parete, sospesa a settanta metri sopra il fiume, che finisce con un balcone nel vuoto. Un chilometro e mezzo di ferro nella foresta, e la sensazione costante che il muschio sotto sia più antico di tutto il resto.

Cento metri di salto in tre gradini, a venti minuti da Okatse e con un decimo della gente. In basso una pozza gelida in cui ci si entra solo per dire di averlo fatto.

Il ghiacciaio più accessibile della Svaneti: tre ore andata e ritorno da Mestia, ponte sospeso incluso, e alla fine una lingua di ghiaccio nera di detriti che si può toccare. Arretra ogni anno, quindi conviene sbrigarsi.

Tre laghi sotto le guglie dello Chaukhi — uno verde, uno bianco, uno blu — a quattro ore di salita da Roshka. Il verde è quello delle cartoline, il bianco è latte glaciale, il blu è quasi sempre coperto dalle nuvole.

Il lago più grande della Georgia, a 2.070 metri sull'altipiano dei duchi: niente alberi, niente ombra, mandrie e vento. D'inverno gela tutto e ci camminano sopra le mucche.

Duemila metri, acqua nerissima e un villaggio di pastori duchi sulla sponda. La pista per arrivarci mette alla prova le sospensioni; il bagno lo fanno in tre all'anno, e a luglio si può essere uno di quelli.

La Georgia che nessuno si aspetta: semideserto, calanchi color cenere, vulcani di fango che gorgogliano e un canyon delle aquile. Serve un 4x4 vero e il permesso dei ranger, perché di là c'è l'Azerbaigian.

La riserva più vecchia del Caucaso (1912), foresta vergine fino al crinale del Daghestan. La cascata di Ninoskhevi sta a quattro ore di sentiero e la pozza sotto è ghiacciata anche ad agosto.

Sorgenti minerali ferruginose in mezzo agli abeti, dove i sovietici mandavano in cura mezza Repubblica. Nel 2023 una colata di fango ha portato via metà del villaggio: si va per la valle e i vecchi sanatori, sapendo cos'è successo.

Un ponte ad arco del Cinquecento, una cascata dentro il bosco e nessun chiosco di churchkhela: la versione senza pullman di Makhuntseti, quindici chilometri più a sud.

Il laghetto sopra Vake dove Tbilisi va a fare il bagno quando in città ci sono quaranta gradi: pedalò, birra e una funivia sovietica per salirci. Di tartarughe, nessuna traccia.

UNESCO. "Il monte che piange": quattro metri di pioggia all'anno, il posto più bagnato della Georgia. Foresta pluviale temperata, una zipline sul fiume e una cascata con la pozza, mezz'ora sopra Batumi.


UNESCO. Una torbiera a cupola alta dieci metri, cresciuta di un millimetro all'anno da diecimila anni: si cammina su una passerella in mezzo a piante carnivore e sfagni, a due passi dagli ombrelloni di Kobuleti.





Il capoluogo della Tusheti, che è dire poco: due frazioni, un museo in una torre e la fortezza di Keselo sopra la testa, tirata su per resistere ai mongoli. Da qui partono tutti i sentieri e ci si beve la birra dopo il passo Abano.






In Racha, sulla strada per Ambrolauri: una cattedrale dell'anno Mille scolpita fuori come un merletto e affrescata dentro fino all'ultimo centimetro. Vale la deviazione più del vino di Khvanchkara, e non è poco.

Una chiesa a croce del VII secolo in fondo a una gola di vigne, dieci chilometri sotto Gori: affreschi dell'XI secolo e graffiti antichi sui muri. Nella valle fanno l'atenuri, il vino che frizza da solo.

Tre palazzoni sovietici collegati a mezz'aria da passerelle di cemento al sedicesimo piano, con l'ascensore che si prende in un edificio e si esce in un altro. Ci abita gente, quindi si sale con discrezione.


Il paese che rivendica l'invenzione del khinkali, sulla Strada Militare dove confluiscono l'Aragvi bianco e quello nero. Si mangiano con le mani, si tiene il codino e non si buca: il brodo dentro è tutto il punto.

La tenuta del principe Chavchavadze, che nell'Ottocento portò le botti europee in Kakheti e mise il vino georgiano in bottiglia. Parco all'inglese, cantina storica con 15.000 bottiglie e una degustazione seria.

La cantina di Sighnaghi che ha rimesso in piedi il vino in qvevri quando in Georgia lo facevano solo i contadini per casa: ambrati ossidativi, niente filtri, e una supra che dura finché reggete voi.
Di giorno un caffè con le mostre, dalle due di notte in poi la pista più longeva di Tbilisi: house, poca selezione all'ingresso e la certezza di uscire che è già chiaro.
Un bar queer minuscolo dietro Vera, quattro tavoli e una cassa: negli anni è diventato il rifugio della scena, e la sera che si balla lì dentro non ci sta più nessuno.



Una tipografia bolscevica del 1903 nascosta in fondo a un pozzo di venti metri, sotto una casa di Tbilisi: da lì Stalin e i suoi stampavano volantini rivoluzionari, con la macchina calata giù col secchio. Oggi è un museo tenuto da comunisti irriducibili, con busto dorato e rose rosse. Surreale.

Un monastero di mattoni rosa in una valle di conifere sopra Borjomi, con una chiesa a cupola del primo Duecento: dentro, uno dei cicli di affreschi più belli della Georgia, celesti e ocra, riscoperti da poco sotto la fuliggine.

Sotto il ponte Baratashvili, buio pesto e impianto serio: elettronica fino all'alba a due passi dalla città vecchia. Il nome fa il verso all'ufficio, e infatti è l'esatto contrario di un posto dove si lavora.
All'aperto, nel bosco sopra il Lago della Tartaruga: pista, caffè e un palco sperimentale tra gli alberi. La faccia diurna e respirabile della scena di Tbilisi, quella che non ti chiude in un bunker.

Torri in rovina su una lama di roccia sopra Tbilisi, a mezz'ora dalla capitale ma su un altro pianeta. Qui, dice la tradizione, nel 1213 morì la regina Tamar, l'età dell'oro georgiana; dove sia finita la sua tomba non lo sa nessuno. Salita breve e ripida, vista lunghissima.
Atene e il capo di Poseidone, poi Meteora e il traghetto da Igoumenitsa. Kavala e Filippi restano lì, ma la rotta ormai scende ad Atene.



Il leone funerario del IV secolo a.C. rimontato sul ciglio della Egnatia, a guardia del tumulo di Kasta poco più in là: dieci minuti di sosta, foto e via.



Celle di legno incastrate nelle pareti dietro Kastraki, dove tutto cominciò nel Trecento. Dieci minuti a piedi, nessuno.

Deviazione finale: bagno di due minuti (poi ipotermia) nell'acqua più limpida di Grecia sotto il ponte di Aristi, e i ponti di pietra a schiena d'asino dei villaggi. A due ore dalla nave.


Posto ponte o cabina, birra e un mese da riordinare. Sbarco il 17 all'alba, Perugia per pranzo.


Il paese cicladico costruito abusivamente sotto l'Acropoli dai muratori di Anafi nell'Ottocento: scale, gatti, case bianche. Duecento metri e sei su un'isola.

Il tempio di Poseidone su una falesia a picco sull'Egeo, al tramonto, con il nome di Byron inciso su una colonna. Sotto c'è una cala dove ci si butta.

Una collinetta d'erba in mezzo alla piana: sotto ci sono i 192 ateniesi caduti nel 490 a.C., sepolti dove sono morti. Nient'altro. È il monumento di guerra più asciutto che vedrete.

Gli impianti del 2004 abbandonati: il complesso di Faliro con le piscine vuote e le tribune sfondate. Attenzione, parte dell'area è cantiere del nuovo parco: verificate prima di andarci.

Un lago termale sotto una falesia crollata, mezzo salato e sempre a 24 gradi, con i pesciolini che ti puliscono i piedi. Mezz'ora dal centro.

Il mercato centrale: la navata della carne è uno spettacolo brutale, quella del pesce urla, e nei vicoli intorno si mangia la zuppa di trippa alle sei del mattino come i macellai.

La gola dove il Peneo si infila fra l'Olimpo e l'Ossa: platani secolari sull'acqua, la sorgente di Afrodite e una cappella incastrata nella parete a cui si arriva con un ponte sospeso. Ci si bagna nelle anse, all'ombra.

Un arco di pietra del Cinquecento sul Portaikos, dove il fiume scava vasche verdi nella roccia: ci si tuffa dagli scogli. Sulla riva le taverne fanno la trota del posto e le pite, e i tavoli stanno dentro l'acqua.

I paesi valacchi sopra Trikala, a mille metri fra gli abeti: qui si mangia quello che a valle non trovi — pite fatte a mano, formaggi di malga, carne alla brace — nelle taverne con il camino acceso anche ad agosto.
A due passi dalle rocce di Meteora il Peneo rallenta e forma pozze di ghiaia dove i locali vanno a rinfrescarsi il pomeriggio. Nessun cartello, nessun chiosco: si parcheggia e si scende.



UNESCO. La Porta dei Leoni, il tesoro di Atreo con la cupola a cerchi concentrici, e le mura ciclopiche che i greci classici credevano costruite dai giganti perché non capivano come.


UNESCO. Quindici monumenti sparsi in città: la Rotonda di Galerio con i mosaici d'oro, Aghios Dimitrios sulle cripte romane, e le mura in alto nella città vecchia.

UNESCO. Un monastero dell'anno mille su un fianco dell'Elicona, con i mosaici a fondo oro e il pavimento in marmi intarsiati. Fuori, mandorli e silenzio.

UNESCO. Il tempio di Apollo Epicurio a 1.100 metri fra i monti dell'Arcadia, protetto da un tendone gigante che lo rende ancora più irreale. Progettato da chi fece il Partenone.

UNESCO. Veneziana per quattro secoli: due fortezze, i vicoli-canyon del quartiere ebraico e la spianata dove si gioca a cricket, lascito degli inglesi. È sulla rotta del traghetto.

UNESCO. Venti monasteri su una penisola dove le donne non entrano da mille anni e gli uomini solo col permesso scritto. Senza permesso lo si guarda dal mare, in barca da Ouranoupoli.

Un buco a Monastiraki che si apre su un giardino nascosto e poi su una cantina: concerti, mostre e dj fino all'alba, tutto nello stesso posto. La stanza sotto è una scatola di cemento.
Punk, post-punk e new wave a Psyrri, in un locale che sembra il retro di un negozio. Muri neri, birra e volume oltre il consentito.

Due laghi divisi fra Grecia, Albania e Macedonia del Nord: sull'isolotto ci sono chiese bizantine affrescate raggiungibili solo in barca, e sull'acqua nuotano i pellicani ricci. In mezzo, un confine che per cinquant'anni nessuno ha potuto attraversare.

Il canyon più profondo del mondo in rapporto alla larghezza: 900 metri di parete e in fondo l'acqua turchese del Voidomatis, la più pulita d'Europa. Si guarda dal belvedere di Oxya, e le gambe fanno un po' male.

Si ordina il tsipouro e i meze arrivano da soli, diversi a ogni giro, senza che tu scelga niente: più bevi, più mangi. Sono i tsipouradika, e non esistono altrove in Grecia.

Qui i trecento di Leonida tennero il passo contro i persiani nel 480 a.C.; oggi c'è la statua, il tumulo e l'epitaffio 'Straniero, va' a dire agli spartani...'. Quello che le guide non dicono: a due passi sgorgano le sorgenti calde che hanno dato il nome al posto — cascate d'acqua bollente e fumante, libere e gratis.


Una cittadella micenea grande sette volte Micene, cinta da mura ciclopiche su un isolotto di roccia in mezzo a una piana che un tempo era un lago. Nessuno sa con certezza come si chiamasse né perché fu abbandonata: sta lì, enorme e muta, e non la visita nessuno.


Per mille anni qui si celebrarono i Misteri Eleusini, il rito segreto più importante del mondo antico: chi vi partecipava non poteva rivelarne nulla, pena la morte. Oggi le rovine del santuario di Demetra stanno tra le ciminiere e le raffinerie del porto industriale di Elefsina — il sacro e il ferro nello stesso sguardo.

Ex tipografia anni Trenta a Psyrrì, occupata dal 2011 e autogestita: assemblea aperta, spettacoli a offerta libera e un bar che paga le bollette. Una crepa non gentrificata nel quartiere più gentrificato di Atene — sul tetto, l'insegna con la stella rossa.
Dal 1989 in un palazzo neoclassico di via Kolokotroni: bar, galleria, palco e sale prova su tre piani, senza scopo di lucro. Il proprietario l'ha registrato come sede di partito per aggirare il divieto di fumo — più ateniese di così si muore.
Carta verde del van: verificate che le caselle TR (Turchia) e BIH (Bosnia) non siano barrate, altrimenti chiamate l'assicurazione prima di partire. La Georgia è fuori dal sistema: assicurazione locale obbligatoria, si compra online o al confine di Sarpi per pochi euro. Passaporti per tutti, carta d'identità non basta oltre la Serbia.
Vignetta elettronica per Slovenia e Bulgaria (si comprano online prima). Croazia e Grecia a casello. In Turchia serve l'HGS: etichetta elettronica che si fa alle poste PTT o in frontiera, caricatela bene perché i ponti sul Bosforo e le autostrade la scalano in automatico.
Le due lente sono Kapıkule (Bulgaria → Turchia) e Sarpi (Turchia → Georgia): d'estate anche 2 o 3 ore, andateci al mattino presto e con acqua a bordo. Türkgözü al rientro in Turchia è quasi sempre deserta. Tenete a portata libretto, carta verde e un foglio coi dati di tutti.
Turchia e Georgia sono un paradiso della sosta libera: nessuno vi dirà niente, spesso vi porteranno tè. In Croazia invece la sosta libera è multata pesantemente: lì solo campeggi. In Grecia zona grigia, discrezione. Nelle città grandi usate parcheggi custoditi (otopark) e muovetevi coi mezzi.
Evitate di guidare col buio nell'Anatolia orientale: animali in strada e camion senza luci. Il gasolio costa parecchio in Turchia e poco in Georgia: entrate in Georgia in riserva e uscite col pieno. Quattro patenti a rotazione, chi ha guidato la tratta lunga il giorno dopo riposa.
Tra il 10 e il 12 agosto sarete nella piana mesopotamica coi suoi 40 gradi e passa: visite all'alba e al tramonto, mai alle 14. Scorta fissa di 20 litri d'acqua. Una eSIM regionale che copra Turchia e Georgia vi risparmia il balletto delle SIM alle frontiere.
Nei sanatori di Tskaltubo, sulla pista di bob e nei memoriali: niente droni senza chiedere, non si porta via niente, occhio ai pavimenti. Ad Ani, Akdamar e Ahlat siete su ferite storiche armene ancora aperte. Spalle e ginocchia coperte in moschee e monasteri.
Igoumenitsa → Ancona parte quasi ogni sera con più compagnie; con un camper ad agosto prenotate il posto ponte o la cabina almeno due o tre settimane prima. Alternativa Igoumenitsa → Bari se i prezzi esplodono: da Bari a Perugia sono 4 ore e mezza in più.