
★Selimiye di Edirne
Per molti la moschea più perfetta mai costruita, il capolavoro dichiarato di Sinan. Quasi zero turisti.
23 → 30 lug · 7 → 15 ago · 15 notti, in due tranche · ≈ 1.650 km all'andata fino a Sarpi, ≈ 2.000 al ritorno fino a İpsala · 199 luoghi · 57 imperdibili ★
Il paese più grande del viaggio, attraversato due volte e in due sensi. All'andata Istanbul (solo chicche fuori dal giro classico), la perla di Edirne e il Mar Nero fino ai Kaçkar; al ritorno la città fantasma armena, l'Ararat, il Tigri, il tempio più antico del mondo, i camini delle fate e la costa licia. Quasi metà del roadbook sta qui, ed è voluto.
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Per molti la moschea più perfetta mai costruita, il capolavoro dichiarato di Sinan. Quasi zero turisti.

Il complesso ottomano del 1488 dove i malati di mente si curavano con musica, acqua e profumi: oggi museo della sanità, strano e commovente. Venti minuti dalla Selimiye.


Mosaici e affreschi bizantini che valgono Ravenna, in fondo alle mura teodosiane.

Le finestre di marmo del palazzo imperiale bizantino sul mare, strette tra ferrovia e tangenziale: mille anni di imperatori ridotti a un rudere abitato dai gatti. Si guarda da fuori, in restauro.




Il traghetto per l'Asia come mini crociera sul Bosforo, poi il tempio della cucina anatolica di Musa Dağdeviren nel mercato di Kadıköy: kebab alle ciliegie ed erbe senza nome italiano.

Orhan Pamuk ha scritto un romanzo e poi ha costruito davvero il museo che ci descrive dentro: 4.213 mozziconi di sigaretta della donna amata, in vetrina, uno per giorno. Con il biglietto del libro si entra gratis.

Dal 1876 vendono solo boza, una bevanda densa di miglio fermentato che si beve con la cannella e i ceci tostati. Il bicchiere da cui bevve Atatürk è ancora lì, in una teca.
La meyhane come dovrebbe essere: pochi tavoli, niente menù, il padrone che ti porta i meze che ha fatto oggi e il rakı che scorre finché non lo fermi. Si prenota o non si entra.


La baklava migliore della città, dal 1949, in una sala da bar dove si fa la fila con il vassoio come alla mensa. Si prende con il pistacchio e si mangia in piedi.

Il capolinea della ferrovia di Baghdad, costruito dai tedeschi nel 1909 sull'acqua, chiuso da anni dopo un incendio. Un colosso neorinascimentale vuoto, che aspetta di sapere cosa diventerà.

Il capolavoro di Sinan, e lui lo sapeva: si fece seppellire nel giardino. La cupola sta su come se non pesasse, e dal terrazzo dietro si vede il Corno d'Oro intero.

La "piccola Santa Sofia", del 530: è più vecchia della grande e ci si entra da soli, senza fila e senza biglietto. La cupola a ombrello e il fregio con i nomi di Giustiniano e Teodora.

La fortezza che Maometto II tirò su in quattro mesi nel 1452 per strozzare il Bosforo e affamare Costantinopoli. Si sale sui camminamenti e si guarda giù, dove passavano le navi.




Le longoz: foreste alluvionali che restano allagate per mesi, un habitat che in Europa è quasi sparito. Passerelle di legno fra i tronchi nell'acqua, e dietro le dune il Mar Nero.

Tre grotte comunicanti nei monti Istranca, con un fiume sotterraneo e una colonia di pipistrelli. Si visita solo d'estate: d'inverno la lasciano a loro.


UNESCO. La prima capitale ottomana, con la Moschea Verde e le tombe dei sultani, e alle spalle Cumalıkızık: un villaggio di case a graticcio del Trecento ancora abitato.

Una scatola nera minuscola a Cihangir con l'impianto sproporzionato: house ed elettronica, dj che passano dall'Europa e trecento persone strette. Si suda e basta.

L'ex birrificio Bomonti del 1890 diventato isolato di locali: il Babylon, che ha portato metà del mondo a suonare a Istanbul, e il cortile dove si beve fra i mattoni rossi.

Una cisterna bizantina del V secolo ritrovata per caso nel 2010 sotto un municipio in demolizione: trentadue colonne, l'acqua a pochi centimetri, e quasi nessuno. La Basilica Cisterna senza la fila.

Uno sgombro grigliato sulla barca che ondeggia, infilato nel pane con la cipolla e il limone, mangiato in piedi sul molo davanti al Bosforo. Non c'è ristorante di Istanbul che regga il confronto.

Città ottomana UNESCO tutta legno e intonaco, hammam del 1645 e lokum al doppio pistacchio.

Il villaggio dei carovanieri a 15 minuti da Safranbolu: stesse case ottomane, zero negozi di souvenir, nonne che vendono pasta erişte. Safranbolu com'era prima dell'UNESCO.



Il posto che cercavate: kuş dili, la lingua fischiata patrimonio UNESCO, e i teleferik artigianali sopra i noccioleti.

La Santa Sofia dell'impero di Trebisonda, affreschi del Duecento affacciati sul Mar Nero: mezz'ora ben spesa attraversando Trabzon verso Sümela.

Sospeso nella parete della valle dell'Altındere dal IV secolo. Andarci all'apertura.

Il fratello abbandonato di Sümela: fondato nel V secolo e lasciato alla foresta, si sale in mezz'ora di sentiero fangoso tra affreschi sbiaditi e corvi. Da soli, garantito.

Sette quartieri di case e chiese di pietra dei greci del Ponto, svuotati nel 1923 con lo scambio di popolazioni: rovine in quota sopra Gümüşhane. Sterrato ripido, solo col bel tempo. Deviazione seria.

Castello medievale nella foresta e ponti ottomani a schiena d'asino: la Turchia che non sembra Turchia.

In fondo alla strada di Zilkale, dentro la foresta pluviale del Kaçkar: parcheggio, cinque minuti a piedi, spruzzi gelati e magari un orso di passaggio.

Alpeggi di legno sopra le nuvole, salita ripida in van e passeggiata facile tra le baite.

Pozze profonde sotto il ponte di Şenyuva: acqua a 8 gradi, urla garantite, muhlama come premio.

Una fortezza-carcere sul mare, chiusa nel 1997, dove hanno rinchiuso mezza intellighenzia turca. Le celle sono aperte, i graffiti dei detenuti sono ancora sui muri.


Un'insenatura stretta e profonda dentro il bosco, che sembra rubata alla Norvegia e invece è sul Mar Nero. Acqua ferma, nessuna onda.

Sale enormi con stalattiti a forma di fungo e balconi di travertino, illuminate senza esagerare. Una delle grotte più grandi della Turchia, e quasi nessuno la conosce.


Il pascolo da cui partono i sentieri per i Kaçkar: nebbia che sale dal fondovalle ogni pomeriggio, case di legno e bagni termali. Da qui si va su a piedi per giorni.

Un castello su uno sperone verticale sopra il fiume, senza biglietteria, senza recinzioni, senza nessuno. Si sale e ci si affaccia.

Un lago di montagna circondato da faggi, a due ore da Istanbul: si gira a piedi in un'ora e mezza e d'autunno diventa rosso.
Si scende in ascensore a 150 metri dentro una montagna di salgemma: le pareti sono trasparenti come ghiaccio, hanno scavato sale enormi e ci mandano gli asmatici a respirare.

Altopiano a 1.960 metri, pellicani, cavalli e çay nelle baracche dei pescatori: la prima sosta dopo la frontiera deserta di Türkgözü, sulla strada per Kars.





Miraggio ottomano armeno persiano arroccato sopra Doğubayazıt, con l'Ararat che riempie l'orizzonte.

Buco perfetto di 35 metri a due passi dal confine iraniano. Sosta di mezz'ora, giusto per dire c'ero.

Pozze termali fumanti nel canyon del fiume Murat, tra Ishak Paşa e Van: vasche pubbliche spartane e pozze libere lungo il fiume. Il bagno più caldo del viaggio.

Passerella sospesa e çay davanti al salto, la sosta perfetta scendendo verso Van.

Kars fu russa per quarant'anni e si vede: strade a scacchiera, palazzi zaristi in basalto, una chiesa ortodossa diventata moschea. Sembra una città siberiana caduta in Anatolia. È la Kars di Pamuk, e nevica davvero così.


La colazione più famosa della Turchia: otlu peynir alle erbe, miele in favo, kavut, murtuğa. Un'ora di tavola.

La rocca urartea di Tushpa sopra il lago, iscrizioni cuneiformi e tramonto.



Steli giganti di pietra vulcanica dell'XI secolo sulla sponda nord del lago. Quasi nessuno lo conosce.

Si sale in van dentro la caldera sopra Tatvan: lago freddo per il coraggio, pozza calda per il premio.

L'arcata di pietra più grande del mondo medievale (1147), con le stanze per i viandanti dentro le spalle del ponte: sosta sul Batman Çayı, piedi in acqua sotto.


Il mausoleo timuride smaltato di turchese e blu, sollevato intero e traslocato per salvarlo dalla diga: il pezzo più prezioso della vecchia Hasankeyf, di fronte alla nuova.

La foto scema obbligatoria all'ingresso della città. Cinque minuti, zero pentimenti.

Cinque chilometri di mura di basalto nero, il minareto a quattro colonne su pilastri e il ciğer kebab di Sur: la metropoli curda che non somiglia a nient'altro. Mezza giornata.

La guarnigione romana di frontiera sulla via Diyarbakır–Mardin, col tempio sotterraneo di Mitra scavato nel 2017: l'ultimo mitreo del limes orientale, iniziazioni comprese. Chicca archeologica pura.




Case di pietra intagliata e il monastero attivo dal 397. Deviazione di mezza giornata.

Un ponte romano a schiena d'asino ancora carrabile dopo diciotto secoli, con due colonne rimaste in piedi su quattro. Ci si passa sopra a piedi, e sotto scorre il Cendere.

La fortezza mamelucca a strapiombo su Kahta e, di fronte, Arsameia con il rilievo di Mitridate che stringe la mano a Eracle. Sulla strada del Nemrut, e quasi nessuno si ferma.

Un lago di montagna a 1.200 metri, con l'acqua dolce e trasparente e, sotto la superficie vicino alla riva, i resti di una chiesa sommersa che si vedono a maschera.



UNESCO. Portali selgiuchidi del 1229 scolpiti in un barocco di pietra che non somiglia a niente altro nell'islam, e le ombre che al sole disegnano figure umane sul muro. In mezzo al nulla.

Una frana ha sbarrato la valle nel Settecento e ha creato un lago; l'acqua in eccesso cade da 48 metri, la cascata più alta della Turchia. Si guarda da una piattaforma sospesa nel vuoto.

L'agnello cuoce su uno spiedo ORIZZONTALE davanti alla brace, poi viene tagliato e infilzato su spiedini che ti mettono in mano. Esiste solo qui, e a Erzurum si mangia a colazione.

Il tempio più antico del mondo, 9600 a.C.: settemila anni prima delle piramidi. Ridimensiona tutto.

Il fratello di Göbekli appena scavato: pilastri a T ancora nella roccia e la sala delle undici colonne col volto che vi fissa dalla parete. Più crudo, più vuoto, stessa vertigine.

La vasca delle carpe sacre di Abramo e uno dei bazar più veri della Turchia. Kebab con isot.



Il paese mezzo affogato dalla diga sull'Eufrate col minareto che spunta dall'acqua, e la fortezza di Rumkale a picco sul fiume: barca, bagno e rosa nera. Mezza giornata da Urfa.

Le teste colossali di Antioco all'alba sulla vetta. Deviazione dura da mezza giornata: solo se avete benzina in corpo.

Il museo dei mosaici di Zeugma con la Zingarella che vi segue con gli occhi, e la capitale mondiale di baklava e pistacchio: pausa d'obbligo sulla rotta per la Cappadocia.

Monastero rupestre intero con un decimo della gente di Göreme, più i camini di Paşabağ accanto.

Il villaggio rupestre abbandonato dopo le frane degli anni Cinquanta, con la basilica di San Giovanni Battista del V secolo in cima alla falesia: la Cappadocia scavata, gratis e senza folla.

Camminata tra i camini rosa col vino di Cappadocia, e all'alba i cento palloni visti gratis da terra.


Canyon con fiume, chiese rupestri e il monastero scavato di Selime. Alternativa fresca a Kaymaklı.

Undici chiese rupestri con gli affreschi bizantini intatti perché la fuliggine li ha protetti per secoli. La Karanlık Kilise si paga a parte e vale ogni lira.


Un canyon di chiese rupestri a un'ora da Göreme, dove non arriva nessun tour: si cammina fra i camini di fata da soli, e le vecchie del paese cuciono bambole di stoffa.

Il sentiero che si fa al tramonto: la roccia passa dall'ocra al rosa al viola, e dentro ci sono chiese nascoste con le croci incise. Tre ore, poca ombra.

Le colombaie scavate nel tufo, che per secoli hanno dato il concime ai vigneti, e sopra il castello di Uçhisar: uno sperone bucherellato da cui si vede tutta la Cappadocia.

Sinasos, quando ci vivevano i greci: portali di pietra scolpiti, case padronali svuotate nel 1924 con lo scambio di popolazioni, e adesso un paese sonnolento senza turisti.

Una palude in mezzo alla steppa con i fenicotteri rosa e centinaia di specie di uccelli, ai piedi dell'Erciyes innevato. Si va all'alba, in barca piatta.

Il secondo lago della Turchia, profondo mezzo metro: d'estate evapora e resta una crosta di sale bianca su cui si cammina fino all'orizzonte, col cielo che si specchia nel velo d'acqua. Al tramonto diventa rosa per via delle alghe.

Gaziantep ha la denominazione europea protetta per la baklava e una città intera che vive di pistacchi. La differenza si sente al primo morso. C'è anche un museo della cucina, e non è una barzelletta.

Come Derinkuyu ma senza nessuno: la scoprì un contadino nel 1972 perché l'acqua dei campi spariva. Ha i buchi nel soffitto per versare olio bollente sugli invasori, e le porte di pietra si muovono ancora.





Il castello crociato con i piedi nell'acqua e, dieci chilometri più in là, la città romana abbandonata di Anemurium: strade, terme e necropoli su una spiaggia deserta. Nessuno.


Due doline giganti che i greci chiamavano il Paradiso e l'Inferno: nella prima si scende con 452 gradini fino a una cappella bizantina, nella seconda non si scende affatto.


Un forte ittita con i rilievi ancora al loro posto, all'aperto, in mezzo a un bosco di pini sopra un lago. E la stessa iscrizione in due lingue, che ha permesso di decifrare il luvio.

Il fiume Köprüçay corre verde smeraldo dentro una forra di calcare, sotto un ponte romano ancora in piedi. Ci si scende in gommone, o ci si siede nelle taverne coi tavoli dentro l'acqua.

Un balcone di roccia a strapiombo di 400 metri sul Köprülü: uno dei panorami più violenti della Turchia, e non c'è una ringhiera. Sterrata lunga, nessun biglietto.



Un lago artificiale color smeraldo incassato fra pareti verticali, dietro una diga a volta. Si gira in barca e si nuota nel mezzo, con l'acqua che resta fredda anche a ferragosto.


Una passerella di legno appesa dentro una gola strettissima, che finisce in una cascata con una pozza dove ci si butta. Un'ora dalla costa e già non c'è più nessuno.

Olba-Diocesarea: un tempio di Zeus con le colonne ancora in piedi in mezzo al paese, una torre ellenistica alta 22 metri e le case costruite con i blocchi antichi.


La rocca dei crociati sopra la città, con il fossato scavato nella roccia. Sotto, il fiume Göksu dove annegò Federico Barbarossa mentre andava alla terza crociata.

Un castello bizantino su un cono che domina il mare, raggiungibile solo a piedi da un villaggio di banani. Le mura sono intatte, dentro non c'è niente e nessuno.

Sabbia bianchissima di magnesio e acqua turchese: la NASA ci ha studiato i minerali perché somigliano a quelli di Marte. Si nuota, ma il fondo è fango bianco e ci si affonda dentro.

Una città romana intera a 1.500 metri, in un anfiteatro di montagne: la fontana monumentale è stata rimontata pezzo per pezzo e butta ancora acqua. Il posto più scenografico dell'Anatolia.

Le terrazze di calcare bianco che scendono come una cascata pietrificata, e sopra la città romana con la necropoli più grande dell'Anatolia. Si entra all'alba, scalzi, e si cammina nell'acqua.

UNESCO. Novemila anni fa qui c'era una città senza strade: si entrava dai tetti, e i morti si seppellivano sotto il pavimento di casa. Uno dei primi insediamenti urbani della storia.

La spiaggia di Alanya sotto la rocca, quella che porta il nome della regina: due chilometri di sabbia, bandiera blu, e la fortezza selgiuchide a strapiombo che la chiude a est.

Un canale lungo 1.300 metri scavato a mano nella roccia viva da schiavi e legionari, per deviare un torrente che insabbiava il porto di Seleucia. Ci si cammina dentro, sul fondo, con le pareti alte trenta metri e il cielo ridotto a una striscia.

Il kebab lungo quanto l'avambraccio, piccante, con la cipolla al sommacco. Si accompagna con lo şalgam: succo di rapa fermentata, viola, salatissimo, che al primo sorso sembra uno sbaglio e al terzo non puoi più farne a meno.

Una grotta crollata dove l'acqua termale forma le stesse terrazze bianche di Pamukkale, ma sottoterra e in miniatura, con la luce che entra dal buco del soffitto. Ci vanno solo i turchi, in famiglia, la domenica.



Uno dei migliori musei archeologici della Turchia e quasi sempre vuoto: gli dèi di Perge in fila, sarcofagi enormi, e il reparto sulle città licie che state per attraversare.

Il fiume finisce di schianto in mare da una falesia di quaranta metri. Dall'alto è un balcone, dal basso ci si arriva in barca e ci si bagna.

Rovine licie inghiottite dalla foresta a due passi da una spiaggia di ciottoli, e sopra il monte le fiamme di Yanartaş che escono dalla roccia da tremila anni e non si spengono. Salite di notte.




Diciotto chilometri di forra alta trecento metri: si entra a piedi nell'acqua gelida guadando controcorrente, con le pareti che si stringono sopra la testa.


La laguna che sta su tutte le cartoline, ma quella vera è la valle delle farfalle accanto: ci si arriva solo in barca, ha una cascata in fondo e si dorme in tenda sulla sabbia.

Si risale il delta in barca fra i canneti con le tombe licie scavate nella parete che vi guardano dall'alto, e si finisce sulla spiaggia di İztuzu dove nascono le tartarughe caretta.



Una piscina di acqua verde dentro una grotta crollata, a due passi dalla strada per il parco di Dilek. Si entra in acqua da un masso, il fondo non si vede.

Il parco nazionale sulla punta: quattro cale di ghiaia bianca sotto una montagna coperta di pini, acqua trasparente e cinghiali che passeggiano fra gli asciugamani.





Il bazar di Smirne è un labirinto vero, non un souvenirificio: han del Settecento, calderai, e in mezzo l'agorà romana con le sue volte sotterranee ancora piene d'acqua.

Il paese di pietra dei mulini a vento, con le vie di ciottoli e le porte azzurre, e intorno le baie dove il meltemi tira sempre: qui si viene a fare windsurf e a mangiare erbe selvatiche.


Una lingua di ghiaia bianca in fondo a una gola che si apre di colpo sulla strada per Kaş: 190 scalini giù, e l'acqua è di un turchese che sembra ritoccato. Non lo è.

La capitale della Licia, che si suicidò due volte pur di non arrendersi, e il santuario di Leto poco sotto, con i templi allagati dalle sorgenti. UNESCO, e sempre vuoto.

Le tombe rupestri scavate come case sopra un teatro romano, e a due passi il porto di Andriake col granaio di Adriano. Qui era vescovo San Nicola: sì, quello.




L'isola di San Nicola: quattro chiese bizantine in rovina, una via processionale coperta lunga mezzo chilometro e le tombe fra i cespugli. Ci si arriva in barca e ci si tuffa dagli scogli.


Una baia tranquilla dove il Sentiero Licio tocca il mare, e da lì si sale al faro di Gelidonya guardando cinque isolotti. Sotto, uno dei relitti più antichi mai trovati.

L'Olimpo dei licii: 2.365 metri che partono dalla spiaggia. Si sale in funivia in dieci minuti e si passa dal costume al piumino, con tutta la costa sotto i piedi.

Una forra che si stringe fino a due metri, con l'acqua gelida fino alla vita e le pareti che ti chiudono sopra la testa. Si guada, si nuota, ci si arrampica.



L'isola di Sedir, nel golfo di Gökova: la spiaggia è fatta di granuli bianchi e tondi che non esistono altrove sulla costa, e la leggenda dice che li portò Marco Antonio dall'Egitto per Cleopatra. Vietato portarne via un grammo, e vietato stendersi: si guarda e si nuota.

Era un golfo del mare; poi il Meandro lo ha chiuso coi detriti e l'ha trasformato in lago. Sulle isole ci sono ancora i monasteri bizantini, in mezzo all'acqua, e attorno gli allevatori di bufali.

Un caos di massi granitici alti come palazzi, e dentro le fessure pitture rupestri di 8.000 anni fa: figure umane a braccia alzate, dipinte in rosso, che nessuno sa spiegare. Serve una guida del posto o non le trovi mai.

Una sfoglia unta e salata che gli ebrei sefarditi si portarono dietro dalla Spagna nel 1492 e che si mangia SOLO a Smirne: nel resto della Turchia non la conosce nessuno. Si prende al forno all'alba, con l'uovo sodo.

Facciata monumentale frigia di 2.700 anni e città rupestri deserte davvero. Notte stellata garantita.



Case ottomane color pastello, il museo OMM di legno firmato Kengo Kuma e i çibörek fritti al momento: la città universitaria più allegra di Turchia, giusta per una sera.


Le trincee del 1915 a pochi metri le une dalle altre, i cimiteri sopra il mare, il memoriale di Atatürk. Bagno dove sbarcarono.

La serratura del mare: il forte a trifoglio di Maometto II sullo stretto.

Sabbia dorata e l'Egeo limpidissimo a due passi da Anzac Cove, con Samotracia all'orizzonte: il bagno tra un cimitero e l'altro, che qui suona meno strano di quanto sembri.

La punta della penisola di Gallipoli: il memoriale britannico, la spiaggia V dove lo sbarco divenne un massacro e il forte restaurato. Chiude il giro lontano dai gruppi.


Il tempio di Apollo più colossale mai iniziato e mai finito: doveva avere 122 colonne alte venti metri, e i costruttori ci lavorarono sopra cinque secoli senza mai mettere il tetto. Dentro c'era l'oracolo, secondo solo a Delfi; per terra, una testa di Medusa grande come un tavolo.


L'ibis eremita — testa calva, piume iridescenti, un uccello che nel Medioevo si credeva estinto ovunque tranne qui — sopravvive sull'Eufrate grazie a una colonia protetta e a una parete di nidi artificiali. A Birecik è quasi un santo: quando migrava, la città ne festeggiava il ritorno.

Una delle grotte con lago sotterraneo più grandi al mondo: si entra su un gommone e si scivola su un'acqua verde immobile tra dighe di travertino, dentro il buio della montagna. Aperta solo quando il livello dell'acqua lo permette.

Una formazione geologica a forma di scafo, lunga esattamente quanto l'Arca di Noè secondo la Genesi, ai piedi dell'Ararat: per qualcuno è la prova, per i geologi è fango indurito. C'è un centro visite, un cartello marrone 'Nuhun Gemisi 5 km' e la montagna che incombe a fare la sua parte.


Un castello medievale sul cocuzzolo di Kaleköy, con dentro un minuscolo teatro licio scavato nella roccia. Sotto, nell'acqua trasparente, la città sommersa di Kekova — scale e muri di un abitato romano calati da un terremoto, che si guardano dalla barca perché tuffarcisi è vietato. Al villaggio si arriva solo via mare o a piedi.