
Štrbački buk
L'Una cade a gradoni di travertino per venticinque metri sul confine bosniaco, in un bosco che per anni è stato campo minato e quindi nessuno ha toccato. Ci si butta nelle pozze sopra la cascata.
20 → 21 lug · 1 notte · ≈ 300 km per Mostar e Sarajevo · 37 luoghi · 11 imperdibili ★
Mostar, Blagaj, Sarajevo: dal ponte rifatto all'assedio più lungo del Novecento in un giorno e mezzo. E il ponte di Andrić, che sta in Bosnia anche se lo si vede il giorno che si scende la Drina. Una notte sola per tutto questo: scegliete.
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L'Una cade a gradoni di travertino per venticinque metri sul confine bosniaco, in un bosco che per anni è stato campo minato e quindi nessuno ha toccato. Ci si butta nelle pozze sopra la cascata.

Si nuota sotto i salti, acqua verde latte. Arrivare entro le 15 per godersele.

Le lapidi medievali stećci più belle di Bosnia, UNESCO, incise con cavalieri e girotondi in mezzo ai vigneti di Stolac. Mezz'ora di deviazione da Počitelj.


Il ponte del 1566 e i suoi tuffatori: 24 metri nel Neretva. Qualcuno di voi ci farà un pensiero.

Il memoriale brutalista di Bogdanović sopra Mostar: decadente, potentissimo, deserto.

L'ex torre della banca di Mostar diventata nido dei cecchini nel '93: otto piani di cemento vuoto e graffiti sulla ex linea del fronte. Si entra a proprio rischio, molti salgono all'alba.

Il monastero dei dervisci incollato alla parete dove la Buna esce già fiume dalla roccia.


Sei arcate del 1682 ricostruite pietra su pietra sulla Neretva verde ghiaccio: i locali si tuffano, voi giudicate. Sosta naturale salendo verso Sarajevo.

Lago glaciale sotto le pareti del Prenj, acqua a 20 gradi e prati per la tenda: il bagno serio tra Konjic e il bunker, dentro il canyon della Neretva superiore.

La città atomica segreta scavata sotto la montagna a Konjic: 6.500 mq pronti al giorno del giudizio, oggi biennale d'arte. Si entra solo prenotando all'ufficio turistico.

Il centro culturale sulla ex linea del fronte di Mostar: l'unico posto in città dove croati e bosniaci stanno nella stessa stanza senza chiedersi chi sei. Concerti punk, teatro, birra a due marchi. Aperto dal nulla nel 2003 da chi non ne poteva più.

La grotta più ricca di vita al mondo: 93 specie che non esistono da nessun'altra parte, comprese vongole cieche e gamberi trasparenti. Il nome vuol dire "quella che soffia": dall'ingresso esce un vento costante.

Una palude alimentata dal basso, da sorgenti sotterranee: si gira in barca a fondo piatto fra i canneti con duecento specie di uccelli, e d'inverno ci svernano le anatre di mezza Europa.

La pista olimpica del 1984 abbandonata nel bosco: cemento, graffiti, storia dell'assedio.

Gli 800 metri scavati sotto l'aeroporto che tennero viva la città assediata.

Il bazar ottomano: ćevapi, rame battuto, minareti e caffè bosniaco nella džezva.

L'angolo dove Gavrilo Princip sparò all'arciduca il 28 giugno 1914 e accese il Novecento: il ponticello ottomano, la targa e il museo minuscolo sull'angolo. Cinque minuti che pesano un secolo.

Il bastione giallo sopra Baščaršija dove la città si ritrova al tramonto col čaj in mano: minareti, colline e i cimiteri bianchi dell'assedio sotto di voi.

Il secondo cimitero ebraico d'Europa, lapidi sefardite dal Cinquecento crivellate di colpi: era la prima linea dei cecchini sopra la Miljacka.

La fortezza austroungarica trasformata in memoriale jugoslavo per 26.000 vittime del fascismo, poi tornata trincea nel '92: oggi mezzo abbandonata, coi nomi scolpiti e la città sotto.

Le sorgenti della Bosna ai piedi dell'Igman: canali, cigni e il viale asburgico di Ilidža da fare a piedi o in carrozza. Piedi a mollo gelati e picnic.

Il colosso brutalista a gradoni costruito per le Olimpiadi '84 e bruciato in guerra: piani aperti nel bosco, neve di cemento. Si abbina alla pista di bob per la doppietta olimpica fantasma.


Un cinema abbandonato diventato bettola: il lunedì sera si canta sevdah tutti insieme, in piedi sui tavoli, con la birra a un marco e mezzo e il fumo che non se ne va mai. Non è per turisti, ma non vi caccia nessuno.

La Casa della Gioventù del complesso olimpico dell'84: cemento jugoslavo, corridoi infiniti e nel seminterrato i concerti punk e hardcore. Sopra ci giocavano a hockey, sotto suonano ancora.

La città stava sopra una miniera di sale e col tempo è sprofondata: hanno trasformato l'avvallamento in laghi salati in pieno centro, con la spiaggia. Ci si fa il bagno nell'acqua salmastra circondati da palazzoni socialisti.

Dieci ćevapi nella somun con la cipolla cruda e il kajmak, in piedi, e basta: non c'è altro nel menù da settant'anni. Ci mangiano gli operai alle sette del mattino. È il metro con cui si misurano tutti gli altri.

Due ali di cemento alte venti metri che si aprono come una ferita, in fondo alla valle della Sutjeska dove i partigiani sfondarono l'accerchiamento nel 1943. Attorno non c'è niente: il bosco e il fiume.

Una corona di pilastri di cemento scanalati su una montagna, per i morti dell'offensiva del '42. Ci si entra dentro e il suono cambia. Ci sale ancora qualcuno, ma quasi solo il primo di maggio.

Il ponte Mehmed Paša di Višegrad, UNESCO, quello del romanzo di Andrić. Bagno sotto le arcate.

Un lago glaciale a 1600 metri sul massiccio della Vranica, con i katun: le baite di legno dei pastori ancora usate d'estate e i cavalli semibradi al pascolo intorno. Niente strada asfaltata, niente chioschi.

Una collina boscosa e perfettamente triangolare che nel 2005 un signore ha deciso fosse la 'più grande piramide del mondo', più vecchia dell'Egitto. Non lo è — è una montagna — ma ci hanno scavato tunnel, aperto musei e portato pullman di turisti. Il monumento più assurdo dei Balcani è la convinzione che ci sia un monumento.

L'ultima capitale dei re di Bosnia prima dei turchi, oggi un paesino con un monastero francescano che ha attraversato cinque secoli di dominio ottomano senza chiudere mai. Sopra, tra i boschi, le rovine di Bobovac dove si incoronavano.
Un vecchio cinema diventato il locale notturno più popolare di Sarajevo: due piani, concerti e dj fino alle sei del mattino, senza biglietto. Di sopra rock e vecchie hit, di sotto turbofolk per chi non si vergogna. Ci finiscono studenti, nostalgici e chiunque non voglia ancora andare a casa.

La fortezza di Herceg Stjepan, l'ultimo signore che diede il nome all'Erzegovina, arroccata sul carso sopra le sorgenti della Buna. Giù al fresco ci sono la tekke dei dervisci e i pullman; quassù, dopo mezz'ora di salita ripida, non c'è nessuno.